(618) Piano

Piano piano il piano si compie. Inizio subito con la morale della storia, così almeno un riferimento l’ho dato. Perché scendere in particolari richiede tanta pazienza, soprattutto da parte di chi si ferma qui a leggere – per il quale nutro rispetto supremo, per questo eviterò di dilungarmi in un resoconto che è di poco interesse.

Vediamo se riesco a esprimere il concetto senza fronzoli: andare piano non mi piace, di solito, preferisco un’andatura sostenuta. Sempre, fuorché quando cammino. Quando cammino l’andamento forsennato mi fa salire l’ansia. Prima contraddizione? Forse, ma io sono un ricettacolo di contraddizioni – ormai è evidente a tutti. Riprendiamo il filo del discorso: andare piano significa che il risultato arriva dopo molto tempo dalla partenza. La strada può anche essere la stessa ma se la percorri a 50 all’ora, a 90 o a 130 le cose cambiano. Altroché.

In queste ultime settimane ho preso due multe per eccesso di velocità, per un chilometro in più (oltre al limite + 5) e per 3 chilometri in più, considerando che sono stati gli unici due giorni in cui non ho trovato coda in tangenziale ho valutato che la stramaledetta coda quotidiana mi permette di non consegnare il mio dannato stipendio direttamente nelle casse del comune a fine mese. Assurdo? Sì, ma andare piano mi obbliga a metterci un’ora e anche oltre (se piove il tempo si può dilatare a dismisura, non ho ancora capito perché) al mattino e altrettanto a fine pomeriggio e la cosa mi sta demolendo i nervi. Quindi l’assurdità è motivata, ho i nervi demoliti.

Ritornando sul concetto iniziale: andare piano ti obbliga a rallentare tutto, sì, bellissimo, godersi il momento e tutte queste cose meravigliose, ma la vita non è che rallenta, lei ti passa sopra come uno schiacciasassi e gli anni corrono e tu andando piano non li rallenti mica, quelli vanno vanno vanno e ti ritrovi nella tomba prima ancora di aver raggiunto la prima tappa del tragitto. Porca miseria.

Mi piacerebbe che le cose nella mia vita – quelle belle intendo – non succedessero a rate minime con scadenze millenarie. Ci rendiamo conto o no che ho vissuto più tempo di quello che mi resta da vivere? Ci diamo una mossa o no? Vogliamo arrivare alle vere e importanti manifestazioni? Quelle che ti fanno fare un reale salto quantico, concreto non illuminazioni sconvolgenti… quelle vanno bene, per l’amor del cielo, ma mica ti risolvono i problemi. Le illuminazioni ti sollevano dai problemi, ma i problemi restano. Che tu te ne fotta perché ormai sei illuminato va bene, buon per te, ma i problemi restano lì e finché qualcuno non li risolve quelli non svaniscono da soli.

Ora, il mio problema – quello che sta lì da molto tempo – è che il mio avanzare è davvero lento, in modo sottilmente irritante, tenacemente sfinente, caparbiamente esacerbante. Non so se ho reso l’idea. Ecco. Se l’ho resa, molto bene, se non l’ho resa fa niente. Male che vada ho fatto sfoggio di un bel po’ di avverbi inusuali che mi capita raramente di utilizzare. 

L-e-n-t-a-m-e-n-t-e… concludo.

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(27) Soluzioni

Sono ancora infastidita da questa cosa: le soluzioni difficilmente sono definitive. Con la testa ci arrivo a capirlo, ma il rimaneggiamento o il ripensamento di vecchie soluzioni che prima funzionavano e ora non funzionano più è sempre una scocciatura senza fine.

Pensavi che il problema fosse risolto? Balle. Si ricomincia daccapo.

La cosa non sarebbe neppure così insostenibile se nel frattempo non si fossero accumulati anche altri problemi che necessitano di soluzioni, o rinnovate soluzioni, che saranno sempre provvisorie.

Tanto tempo fa un amico fraterno in risposta a una mia lamentela su qualcosa che non riuscivo a sistemare mi disse: “MaStiCa”. In romano significa: Ma Sti Cazzi. Io adoro il romano e la sua capacità di abbreviare concetti complicati.

Alla fine mica c’è scritto da qualche parte che devo risolvere tutto. Basta anche una soluzione provvisoria per avanzare di un po’. E tutto quello che voglio è avanzare di un po’. Massì… anzi:

MaStiCa.

b__

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