(158) Barcollare

Mi muovo ondeggiando senza equilibrio, dentro. Fuori non si nota, lo percepisco da come il mondo si rapporta a me. Un sollievo, direi, finché non inciampo o non sbatto il ginocchio contro qualcosa, allora il mondo se ne accorge e io un po’ mi vergogno.

Non ho problemi quando la mia barchetta galleggia sopra onde e ondine e ondacce, no. Lì l’equilibrio mi si riequilibra. Folle, ma vero. Il problema sorge quando la barchetta è arenata. La terra è ferma, io dentro continuo a barcollare e perdo l’orientamento.

Non so se succede a tutti così o solo a me. Non ne ho parlato mai con nessuno, ora ne scrivo e non so quanti lo leggeranno e non so neppure se sia una buona idea scriverne per farlo leggere a tutti quelli che passeranno da qui. Infatti, potrei cancellarlo. Ma non lo farò.

Ecco spiegato perché barcollo dentro. Ora che lo sappiamo tutti ritorniamo a far finta di niente.

Grazie.

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(157) Motivare

Secondo me la migliore motivazione del mondo può partire solo dal sogno. Se curi con tutte le tue energie il tuo sogno più caro la spinta di cui beneficerai ti può fare arrivare fino alle stelle.

Mi sono sempre domandata perché a un certo punto, durante l’adolescenza, ti viene ripetuto a martello di smettere di stare sempre con la testa tra le nuvole. Smettila di sognare a occhi aperti!

Perché? Che fastidio ti do se me ne sto per i cavoli miei a pensare a qualcosa che mi fa stare bene? Perché ti rode tanto che io possa avere pensieri che mi fanno sorridere, che mi fanno venire voglia di volare?

E ti chiedo, esserino triste e frustrato: se non le sogni le cose, come puoi sperare di realizzarle?

Diffido di chi ha smesso da troppo tempo di sognare, diventa pericoloso, è come una pentola a pressione senza valvola di sfogo capace di scoppiare da un momento all’altro. Quando smetti di sognare covi rabbia, rabbia contro il mondo intero che ti ha rubato i sogni.

Nessuno può rubarti i sogni, sei tu che ti sei arreso e hai iniziato a pensare che i sogni fossero solo una perdita di tempo. Fai mea culpa e ricomincia daccapo. Reinventati bambino, impara di nuovo a vagare tra le nuvole e impegnati in qualcosa che puoi fare a costo zero e senza sforzo fisico: sogna.

Vedrai che è da lì che ricomincerai a riappropriarti della voglia di vivere.

Sogna!

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(156) Baratto

Io ti do se tu mi dai. Un tempo funzionava, forse perché le cose che valevano la pena barattare erano quelle che facevano capo a delle necessità primarie: cibo, acqua, rifugio, strumenti per la caccia/pesca/coltivazione. 

Oggi le complicazioni che il denaro si porta appresso finiscono spesso con lo schiacciare chi della qualità ne ha fatto un valore. In poche parole: fare le cose alla cavolo può portarti a livello economico la stessa entrata che farle per bene.

Il dilemma del pesare valore e capacità. Non si può monetizzare tutto, è inevitabile l’errore. Un lavoro fatto bene e lo stesso lavoro fatto meno bene dovrebbero avere valore monetario diverso. In questo modo, per guadagnarti i giusti soldi saresti motivato a dare di più.

Lo so, elucubrazione assurda. Tutto questo per dire che: la parte del mio lavoro denominata “fare preventivi” è la parte più frustrante, più fastidiosa, più sfinente di tutte. Non se ne esce.

Fine della lamentela. Buonanotte.

 

 

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(155) Hop!

Fai un bel salto, hop!

L’ho fatto. Ci pensavo da tanto tanto tempo, non potevo farlo prima, proprio non potevo, ma a forza di pensarci m’era venuto il sospetto fosse una di quelle cose che mai potranno accadere.

L’ho fatto. Che non significa nulla a raccontarlo, i dettagli del salto sono irrilevanti, ma il salto nel concreto non lo è. Non per me.

Si fa presto a dire Hop! e uno s’immagina che sia questione di coraggio, questione di volontà, questione di… no, non sempre è così. Se il salto dipende solo da te, se puoi gestirtelo, allora è con te che devi fare i conti. Quando, invece, il salto lo vuoi fortemente, ma le condizioni te lo impediscono non puoi far altro che continuare a volerlo, fortemente, in apnea.

Non perdere il contatto con quel salto che desideri, rischieresti di perderti questo Hop! che prima o poi arriva. Primo o poi arriva.

E quando arriva… Hop!

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(154) K.O.

Stamattina ho iniziato gli incontri alla scuola media (per il quarto anno), io davanti alle classi prime. Il 90% dei ragazzi si ricordavano di me, con un gran sorriso, e delle storie che abbiamo scritto insieme in quarta elementare.

Ho ripreso da lì dove avevo interrotto: scriviamo una storia insieme. Hanno ripreso il filo subito, mi hanno seguito a rotta di collo per due ore filate.

“Ritorni il prossimo mercoledì?”, la domanda di tutti.

Affermativo, ragazzi. Porteremo a casa anche questa volta la nostra storia, che è vostra e che sarà uno spettacolo. Promesso.

[Lo faccio per questo, è una bellezza che toglie il respiro. Giuro.]

 

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(153) Parvenza

Soffermarci soltanto un istante in più ci permetterebbe di andare oltre la parvenza. Farlo troppo poco non ci aiuta ad apprezzare tutto quello che non vuol essere evidente, farlo troppo non ti aiuta ad attraversare il mondo con leggerezza. E una certa leggerezza ci vuole per non mollare il vivere. Ci vuole.

Bisognerebbe concederci dei momenti in cui arrendersi e farsi trasportare ignorando la parvenza delle cose, perdersi un po’.

Le scoperte che ci aspettano potrebbero cambiare il corso della nostra vita o almeno dei nostri pensieri – che già solo questo merita il rischio e l’azzardo.

Oscurare allo sguardo impietoso del mondo parte di ciò che la nostra parvenza sa ingannare, sembra l’unico modo per garantirsi la sopravvivenza. Eppure scegliere con chi poter deporre le armi senza temere un colpo infingardo, questo rimane un lusso che ben pochi si possono permettere.

Io posso, grazie al cielo.

 

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(152) Decollo

La fase di decollo è cosa delicata. Prendi velocità e ti stacchi dal suolo e poi con una certa costanza prendi quota. Tutto lì. Quello che può andare storto, però, richiederebbe una lista lunga – dal guasto al motore fino alla lepre che può attraversare la pista e colpire il carello.

Non è che per decollare a te serve sapere nei dettagli la rosa dei possibili disastri. Ti basta averne una parvenza di idea laggiù in fondo al tuo cervello, e ostinatamente ignorarla. Altrimenti il volo si trasforma in un incubo.

Non soffro il mal d’aereo, amo volare. Non dico che sia una cosa fisicamente che mi galvanizza (qualche fastidio lo sento), ma passa assolutamente in secondo piano e – ripeto – amo volare. Ovvero: decido di ignorare qualsiasi cosa mi possa togliere, o anche solo dimezzare, il piacere di spiccare il volo.

Detto questo: sento che sto decollando. Breve o lungo che sia/sarà il volo, so che la lista di tutto quello che può andare storto è consistente. Decido di ignorarla. Non vedo l’ora di staccarmi dal suolo per godere di quella nuova prospettiva che ti fa sentire le farfalle nella pancia.

Amo volare.

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(151) No

Rispondo no ogni volta che non mi va. Rispondo no ogni volta che so che ci andrò a rimettere. Rispondo no ogni volta che un sì sarebbe mancarmi di rispetto.

Eppure.

Ci sono volte che dico sì per buona educazione. Ci sono volte che dico sì perché penso che la richiesta sia fatta in buona fede. Ci sono volte in cui dico sì perché non mi accorgo subito che sotto c’è una mancanza di rispetto.

Non so se sono babbea o ingenua o troppo codarda per mantenere la mia posizione. So che mi arrabbio con me per ogni no mancato e per ogni sì detto al momento e nel posto sbagliato.

Manco di tempismo? Comunque sia è una fregatura.

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(150) Funzionare

Io funziono come un LP (Long Playing, ovvero un 33 giri). Oggetto di culto, oggi, ma che sta cominciando a interessare anche la  nuova generazione. Ecco: funziono così, seguo sempre un disegno (lo stesso) nel mio pensare e nel mio agire.

Un LP veniva progettato come se ogni pezzo musicale fosse una tessera di un puzzle. Un discorso che iniziava con la prima canzone e che terminava con la decima (canzone più canzone meno). Anche se ti potevi affezionare più a una o all’altra (sacrosanto), non ti saresti mai sognato di affermare che il resto faceva schifo. No, erano tutte parti dello stesso disegno, della stessa visione. Se quella visione ti piaceva, allora non potevi far altro che seguire il percorso tracciato dall’artista e fidarti di lui. E le ascoltavi di seguito le canzoni, non saltavi dalla seconda all’ottava e poi alla terza e via così. Poggiavi la puntina sul bordo esterno e la lasciavi scivolare via fino a che i giri diventavano piccoli e il pick-up ritornava al suo posto. Se ti capitava di dover fermare il viaggio anzitempo ti giravano un bel po’ le scatole (almeno a me) e se ci ritornavi lo rimettevi daccapo, mica dal punto in cui ti eri fermato (almeno io facevo così).

Ecco, io funziono con questa logica. Tutto quello che faccio è parte di un mio disegno, molto più grande di quel che io stessa riesco a immaginare, e non faccio altro che concretizzare pezzo dopo pezzo la mia visione. Se qualcuno mi chiedesse dove voglio arrivare, io saprei rispondere (no, nessuno me lo ha mai chiesto) anche se ho deciso che me lo tengo per me finché non l’ho realizzato.

Mi è venuta in mente questa cosa perché ho trovato una bellissima foto di LP colorati che spuntano dall’espositore e ho sorriso pensando alle ore trascorse da ragazzina nel mio negozio di dischi preferito mentre mi facevo una lista mentale di tutto quello che avrei voluto comprare (calcolando che nemmeno in cinquant’anni di vita ci sarei riuscita). Sono ancora quella ragazzina, eh.

Un LP contiene una storia, composta da almeno altre dieci storie e ognuna di queste dieci storie ne contiene almeno un altro centinaio (anche di più, dipende da quanta gente le ascolta)… che cosa meravigliosa, vero? Meravigliosa, sì.

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(149) Segreti

Non sono una fan dei segreti, penso che meno ne hai e meglio dormi. Mi sono accorta, però, che ho sempre dato a questa parola un significato pari a mancanza di chiarezza/onestà. Forse le ho fatto un torto.

Mi è successo sovente di essere stata fraintesa nonostante il mio cercare di attenermi alla chiarezza, nei rapporti umani che intessevo. La chiarezza, in questo ambito, è diventata per me con il tempo una solida utopia.

Riprendendo in mano il concetto di cui sopra, non credo più che avere degli angoli segreti dentro di te – dove riporre le cose più preziose – sia correlato alla mancanza di onestà. Credo sia, invece, un buon modo per proteggersi dalle burrasche incontrollabili, quelle causate dalle reazioni di chi ti sta attorno quando, anziché comprendere, vuole giudicare.

Non ho mai forzato la porta di una stanza segreta altrui, penso sia un luogo che deve rimanermi inaccessibile. Non mi fido della mia capacità di accettazione. Voglio evitarmi di cadere nella trappola del facile giudizio sparato lì solo perché lì c’è qualcosa di delicato che si mostra.

Pretendo sia questa la posizione di chi vuole starmi accanto. Lo chiamo rispetto ed è sacro.

 

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(148) Vittoria

Non mi è mai importato niente di vincere, quando mi ci metto d’impegno e sono soddisfatta di me è già una bella vittoria personale e mi basta. Se, per caso, mi capita di vincere l’euforia mi dura poco, perché già un’altra sfida mi compare davanti e via… si corre di nuovo. Non per la vittoria, ma per misurarmi con la nuova sfida e capire come sono messa. Affronto tutto così, punto a un risultato di qualità anche se è una qualità valutata da me e non dalla giuria che mi vuole perdente. Giusto o sbagliato che sia, faccio così.

Ammetto che se vinco a Monopoli o al Gratta e Vinci mi sento per un attimo felice, ma se perdo va bene uguale. Non è importante.

Detto questo, però, oggi ho vinto una sfida a tutto tondo: io soddisfatta, ma anche la controparte perché mi ha chiamata al telefono per dirmi “Perfetto così, sei bravissima”. Solitamente non do molto peso ai bravissima, ma oggi sento che è diverso. Oggi quel bravissima mi ha sistemato in una posizione decisamente felice, una rivincita nei confronti del passato.

Domani altre sfide, ok, ma stasera lo scrivo: so essere anche bravissima. Eh!

 

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(147) Apatia

apatìa s. f. [dal lat. apathīa, gr. ἀπάϑεια «insensibilità», comp. di – priv. e πάϑος «passione»]. – 1. a. Stato d’indifferenza abituale o prolungata, insensibilità, indolenza nei confronti della realtà esterna e dell’agire pratico. 2. Nella filosofia antica, stato di perfezione contemplativa dello spirito, che attraverso l’esercizio della virtù consegue la libertà interiore intesa come indipendenza, indifferenza e imperturbabilità rispetto alle passioni e alle emozioni umane, ai piaceri sensibili, agli eventi esterni in genere, secondo un ideale di saggezza sostanzialmente unitario propugnato in età ellenistica da cinici, stoici ed epicurei e variamente recepito e discusso dai Padri della Chiesa e dagli apologisti cristiani.

Durante tutta la mia adolescenza mi sono sentita ripetere che ero un’apatica. Non una volta ogni tanto, proprio tutti i sacrosanti giorni (a casa e a scuola) c’era qualcuno che me lo faceva notare: “Sei proprio un’apatica!”.

No, nessun filosofo antico tra di loro, quindi è il primo significato del dizionario Treccani quello inteso e scelto appositamente per me.

Ora: non c’era niente al mondo che mi facesse arrabbiare di più. Dentro di me sentivo una furia devastatrice che avrei scatenato volentieri contro chiunque osava offendermi – a essere un po’ più coraggiosa. Non l’ho mai fatto, non perché fossi buona, solo perché ero così ferita che preferivo fare l’indifferente e procedere sulla mia strada. Sembrava, appunto, che nulla mi toccasse, mentre dentro ero rotta in mille pezzi.

Non ero apatica, ero semplicemente un’introversa, una che preferiva viversi nel privato i propri universi paralleli perché convinta che a nessuno interessasse. In effetti, era così. Raramente a un adulto interessa scoprire gli universi paralleli di una/un adolescente. Ancora è così.

Oggi mi sono trovata davanti a una classe che mi ha fatto ripiombare nei miei anni bui dove archiviarmi come apatica risolveva molte menate ai miei professori e anche alla mia famiglia. Solo che ero io, lì davanti a loro, e stavolta ero io l’adulta. Mi sono resa conto in quell’istante che a me importava parecchio dei loro universi paralleli e non sapevo come fare per scuoterli. Ero convinta che quell’apparente apatia fosse solo apparente. Solo apparente, diavolo!

Possibile io abbia fatto un mero transfert e che quello sperimentato in aula fosse ben più che apparente, ma non me la sento di sentenziare qui e ora sbattendo la porta in faccia alla possibilità che non sia così. Forse, con un po’ di pazienza, quel muro si può far sgretolare. Non perché io voglia per forza avere ragione, ma perché ho colto un paio di sguardi e un paio di sorrisi che mi fanno immaginare che lì c’è qualcosa di vivo e sono decisa a capire se è così per davvero.

PS: da molti anni nessuno pensa a me come a un’apatica. Ammetto che per dimostrare al mondo che non lo ero mi sono dannata l’anima a fare fare fare. No, non va bene, ma certe cose che ti porti addosso finiscono per determinarti. No, non va bene, ma solo quando te ne accorgi puoi iniziare a fare diversamente. Non prima. Mai prima. Dopo.

 

 

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(146) Speranza

Quanto costa la Speranza? Alcuni dicono che costa troppo, costa la disillusione e la perdita di fiducia nella vita. Credo che il pericolo esista, credo che se non ci gestiamo bene questa cosa della Speranza possiamo davvero rischiare di perdere la voglia di credere nella vita.

Giochiamo d’astuzia, allora. Mettiamo in conto che la Speranza non porta in sé Certezza né Garanzia. Trattiamo la Speranza per quel che è: un’immagine bella di come vorremmo essere e di come vorremmo che fossero le cose per noi. Niente di più, ma niente di meno.

Lasciamo al nostro bisogno di Certezza il suo posto, sacrosanto. Chiediamo qualche Garanzia se la posta in gioco è consistente, è nostro diritto. Mettiamoci nella condizione di non aggiungere alla Speranza la brutta bestia dell’Aspettativa, che crea stress e tensioni. Facciamo in modo che la Speranza sia solo se stessa, che sia gioia intima nell’immaginare ciò che vorremmo per noi. Senza caricarla di pesi che lei non chiede e che noi non abbiamo il diritto di darle.

In questo modo, se siamo bravi a gestire questa cosa, schiveremo il disfattismo e la piccineria che ci trasformano in larve che non osano alzare lo sguardo al cielo per paura che questo gli crolli addosso.

Non sono un monaco buddhista, non ne ho la stoffa. Mi piacerebbe poter far senza essere vittima dei miei sentimenti, ma non ne sono in grado. So che quando immagino qualcosa di meglio per me ho voglia di fare, ho voglia di provare nuove strade, ho voglia di essere parte attiva per realizzare qualcosa di molto vicino a ciò che ho immaginato. Con me funziona, lo può testimoniare la mia vita, i miei giorni ne sono la prova e se funziona con me può funzionare con tutti. Garantito.

Una cosa vorrei davvero: vorrei che negli occhi dei ragazzi che mi stanno di fronte in questi giorni ci fosse posto per la Speranza. Molto posto, così tanto da far loro dimenticare quel cinismo che si sono imposti perché la vita li ha delusi. Se non imparano a dare il giusto peso alle delusioni come faranno a vivere una vita piena di benessere?

Diamo loro il buon esempio, per favore.

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(145) Decifrare

Perdiamo molto molto tempo nel decifrare i messaggi che ci arrivano dagli altri. Troppo tempo. Ne risparmieremmo a quintali se mettessimo da parte il nostro orgoglio e la presupponenza limitandoci a chiedere.

Chiedere il come e il perché, per esempio.

Le risposte che riceveremmo ci aprirebbero la porta alla sorpresa, alla meraviglia.

Mi succede con i ragazzi. Chiedere il perché e il come fa tutta la differenza, in loro – per le risposte che cercano dentro di sé – e in me.

Una cosa ho imparato, però: se non sai ricambiare a dovere le risposte che ricevi (con apertura mentale e senso dell’umorismo) rischi di bruciarti l’unica possibilità di costruire un ponte tra te e loro.

Coi ragazzi è così. Anche con gli adulti è così. Tra Esseri Viventi è così: le domande si fanno se si è pronti a ricevere le risposte, di qualsiasi tenore siano. Siamo abbastanza coraggiosi per affrontare tutto questo?

L’unica risposta ammessa è: .

Sì, dunque.

Sì.

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(144) Prospettive

Sollevarsi dal letto e accorgersi che la testa sta già macinando come fosse sveglia da tre ore. Incredibile. Io che ci metto un’eternità a rendermi conto di essere ancora viva, appena sveglia, mi ritrovo addirittura a sorridere appena apro gli occhi – anche se è mattina presto. Incredibile.

Succede perché non c’è più in me lo spaesamento del adesso-cosa-faccio che è stato per anni il mio tormento più ostinato. No, non mi manca.

Se ti muovi in prospettiva, succede, a un certo punto succede. Non è un caso, non è fortuna, è inevitabile. Hai immaginato, hai lavorato sodo affinché ti succedesse e ora… eccolo qui.

A volte quando i tuoi desideri si realizzano ti accorgi che nel frattempo si sono sciupati e che in realtà non brillano come pensavi avrebbero brillato. Desiderare, però, vale sempre la pena.

Ci sono progetti di vita che non ti aspetti si concretizzino nel massimo splendore, ti basta che lo facciano perché sai che se ci riescono è un miracolo. Ecco, al momento quello che sono riuscita a concretizzare sta creando attorno a sé altre microparticelle di concretezza che mai mi sarei immaginata e che non potevo programmare. Brillano pure. Un miracolo.

Progettare in prospettiva è cosa saggia. Ripaga come meglio non si potrebbe desiderare. Parola mia.

 

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(143) Teatro

Chiudi gli occhi e, anche se non vedi, senti.

Il mio sogno di bambina si è realizzato, quel sentire che potevo solo sognare ora lo vivo. Come non esserne grata?

Mi domando spesso da dove mi arrivi questa cosa del raccontare? Da mio nonno barbiere? Era un fine narratore, mi hanno detto. Se è da lui che ho preso questa cosa magica, tutto mi è ancora più caro.

Non so se e quanto durerà, ma non posso preoccuparmene ora. Vivo il mio sogno e mentre lo respiro facendolo entrare in ogni mia fibra mi sembra che sarà per sempre. Che io poi non creda al per-sempre, questa è cosa di poco conto perché io credo nella magia.

Chiudi gli occhi e, anche se non vedi, senti.

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(142) Nodi

Dieci anni fa scrissi un romanzo dedicato ai nodi: a come si fanno e a come si sciolgono. Se si sciolgono.

Avevo ben chiaro come si fanno, essendone io piena zeppa, e anche a come si sciolgono – avendone sciolti parecchi, ma una cosa che mi accorgo solo ora di non avere degnamente messo in scena è il sollievo.

Quando un nodo rilascia la corda, questa, se il nodo è di antica data, non ritorna come prima, ne porta i segni in modo evidente. La fibra della corda stressata dalla tensione non naturale per lei, non potrebbe far finta di nulla. Mi chiedo se sia normale sentire il dolore appena il sollievo si fa spazio, appena dopo la liberazione.

Stretto con il nodo, oltre la fibra, c’è anche un carico emotivo a cui viene imposto di rimanere lì immobile e silente. Una volta liberatosi dall’imposizione come si comporta? Rimane inebetito, lì ancora immobile e silente, ma privo del nodo su cui aveva imparato ad appoggiarsi, tutto ritorto e quasi senza equilibrio.

Dovrei parlare di questo in un nuovo romanzo. Perché ora lo conosco, ora so com’è.

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(141) Ricordi

Ho ascoltato oggi, con un piacere enorme, una persona a me cara ricordare la mia nonna materna. Diceva che “aveva le mani d’oro, tutto quello che faceva le riusciva bene” e che lavorava sempre.

Mi sono piombate addosso centinaia di immagini di mia nonna mentre cucinava, cuciva, si prendeva cura delle sue piante e anche di me e mia sorella. Posso descrivere ancora nei dettagli le sue mani di lavoratrice, come erano ruvide al tatto con le unghie resistenti e lunghe e streghesche. Quelle mani mi accarezzavano il viso quando non riuscivo a dormire finché non perdevo i sensi, senza sosta, lentamente, senza stancarsi.

Vorrei che un giorno qualcuno che ho incontrato durante la mia vita ricordandosi di me lo facesse con quel sorriso e quelle parole che oggi sono state dedicate alla mia nonna. Credo che il senso di tutto sia questo: lasciare un buon ricordo in chi hai incrociato mentre stavi vivendo e facevi del tuo meglio con quello che avevi, senza troppe aspettative né troppe pretese.

Io arrivo da lì, da quel punto lì esatto. Lì voglio ritornare.

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(140) Risalita

Un ritornare in superficie dagli abissi, lentamente, a rischio embolia. Troppo lentamente, spendendo ogni risorsa soltanto per rivedere la luce. Il respiro che ti è mancato così a lungo fa fatica a riprendere il suo posto, si spezza e ci riprova come se non ci credesse ancora.

Così è, in effetti.

La risalita è cosa lunga, ci si fa i conti un po’ per volta e sembra non finire mai quel tratto di strada che davanti a te piano piano si consuma.

I pensieri hanno modo di farsi presenti, in loop, e se non fosse che stai risalendo ti fermeresti un attimo a discuterci. Fatemi godere la risalita! Non statemi addosso, già mi manca l’aria, già faccio fatica a riabituarmi alla luce, già ho l’ansia per quello che succederà là fuori, già me le sto immaginando tutte e non tutte sono belle… basta!

E poi. Poi la raggiungi la superficie. E ricominci.

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(139) Fatalismo

Non sono una che accetta le cose perché così devono essere, lo ammetto. Molto di quello che ora posso considerare come mio è il frutto di questa predisposizione al non considerare gli ostacoli come stop, ma come un test per vedere se quello che voglio lo voglio davvero [forse mi sono arrotolata un po’ con ‘sta frase, ma non ho voglia di srotolarla ora, andiamo avanti].

Detto questo, però, sto valutando proprio ora una sorta di mutazione parziale della mia suddetta predisposizione, solo per darmi un po’ di pace. Seguendo ciò che negli anni la vita ha cercato di insegnarmi e io spesso ho fatto finta di non imparare – ma poi con l’età ho ceduto all’evidenza dei fatti – posso anche permettermi un leggero cambiamento per vedere che effetto che fa.

Dichiaro qui, in questo luogo che mi è caro, che d’ora in avanti adotterò in alcune occasioni (scelte con cura) un atteggiamento vagamente fatalista. Mi affiderò a ciò che il Destino avrà in serbo per me, senza approcciare ogni cosa che non mi piace come fosse un affronto personale. Beninteso, l’istinto ce l’avrò sempre. Beninteso, la predisposizione una  non è che se la mette in tasca e via. Eppure, so che ce la posso fare, che posso abbandonarmi a una certa minima dose di fatalismo in questo momento della mia vita senza morirne per soffocamento o schiacciamento.

Morirò per altra causa.

Sto parlando di cose piccole, sto parlando di quelle cose che anche se le lasci andare come devono andare non ti fanno finire male. Ok, mi faccio una lista e vediamo da cosa cominciare. D’altro canto, con l’avanzare degli anni le forze devi imparare a calibrarle meglio.

Per morire c’è sempre tempo.

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