(135) Cecità

Tutto quello che non vuoi vedere. Tutto quello che non vuoi vedere potrebbe ucciderti e tu neppure te ne accorgeresti. Moriresti inconsapevole.

Non è un bel morire, così. Per niente. Mi auguro un buon morire come mi auguro un buon vivere e penso che per entrambi io possa fare qualcosa. Cercare di vedere tutto quello che c’è da vedere, anche quello che non mi piace, anche quello che fa male. Imporsi la cecità non è solo codardia, è rinuncia. No, faccio fatica ad assumere il ruolo del rinunciatario e l’atroce responsabilità del non-so-che-farci. No.

Vedere, finché posso, finché posso vedere, e tentare di capire, fin dove posso capire, con la mente e con il cuore. Credo sia un modo pieno per vivere e che sia un bel modo di morire. E non c’è nient’altro che voglio se non vivere pienamente e morire con dignità.

Morire a occhi aperti.

 

 

Cerchiamo d’entrare nella morte a occhi aperti. (…) Chi sarebbe così insensato da morire senza aver fatto almeno il giro della propria prigione?

Marguerite Yourcenar (da “Memorie di Adriano”)

 

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(134) Passione

In questi giorni mi ritrovo di nuovo a confrontarmi con aule piene di ragazzi della scuola superiore. Un’esperienza che non finisce mai di stupirmi, ho desiderato farlo per molto tempo ed è uno di quei desideri rischiosi che vale la pena concretizzare. Sono assolutamente grata per quello che sto vivendo (che si va ad aggiungere all’esperienza triennale in un liceo della mia zona che si è conclusa da poco).

Questa la premessa, ora veniamo al sodo: sono lì davanti a loro (chi incuriosito, chi infastidito, chi indifferente alla mia presenza) per parlare delle mie passioni (la lettura, la scrittura, la comunicazione, la creatività) scrutando i loro visi per capire se quello che sto dicendo va a segno oppure no.

In alcuni ragazzi sì, in altri no. Com’è ovvio che sia.

La cosa, però, che mi turba è che passione per loro è sinonimo di mi piace. Sono davvero pochissimi i ragazzi che sanno cosa vuol dire appassionarsi a qualcosa tanto da trovarci dentro la felicità. Io vorrei fosse ovvio per tutti, è assolutamente utopistico – me ne rendo conto – eppure non demordo. Parto sempre dal significato di passione per raccontare la mia storia e far arrivare a loro il messaggio: se non ce l’hai ancora una passione, è arrivato il momento di metterti alla ricerca, con il cuore aperto pronto ad abbracciare un pezzetto di felicità.

Sorridono, tutti, quando lo dico. Come se volessero davvero crederci, ma non ci riescono. Rimangono scettici. Un dubbio, però, rimane loro appiccicato addosso ed è lì che inizia il mio lavoro.

Sono pronta.

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(133) Comunicare

Un mistero che difficilmente riuscirò a comprendere, campassi cent’anni. Studio, lavoro, esperienza… niente. Ogni volta che mi si palesa davanti agli occhi il disastro di una comunicazione fallita/inceppata/sospesa rimango basita. Come le fantomatiche vignette della Settimana Enigmistica: Senza Parole.

Succede di continuo, succede ovunque. Tu credi di aver usato le parole giuste, il tono giusto, la giusta enfasi. Le tue intenzioni sono chiare, cristalline. E oneste, certo anche oneste. Niente da fare, garanzie non ce ne sono.

Il messaggio che lanci con grande precisione, che appoggi delicatamente, che traghetti tra i flutti, che fai rimbalzare gioiosamente, che porgi con garbo, che doni con generosità, che… non arriva. In qualche modo, come per un dannato sortilegio di matrigna vendicativa, si arrotola, si stropiccia, si distorce, si ingarbuglia, si sporca, si rovina nell’istante in cui giunge a destinazione.

Bruciato tutto, istantaneamente. 

Cosa si fa, allora? Non lo so. So cosa faccio io: ricomincio daccapo. Ci riprovo. Senza illusioni, beninteso, ma con una certa determinazione, recuperando brandelli di entusiasmo che pazientemente ripenso e ricucio per di nuovo esporlo al resto del mondo. E sia quel che sia.

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(132) Sogni

Da dove io provengo, i sogni non sono stimati come valore aggiunto della persona, tutt’altro: sono una perdita di tempo. Da dove io sono partita, nessuno mai ti chiederà se e che cosa sogni o come immagini la tua vita futura, di cosa vorresti fosse fatta la tua felicità. Da dove io arrivo, era per tutti così e così abbiamo imparato che deve essere. 

Infatti, non ho mai pensato che qualcuno fosse tenuto a interessarsi ai miei sogni, o alla mia felicità e neppure a me, se devo dirla tutta.

I sogni, questo l’ho sempre saputo senza bisogno che qualcuno me lo spiegasse, non te li porta Babbo Natale, i sogni non ti cadono tra le braccia come manna dal cielo, i sogni non se li può inventare qualcun’altro al posto tuo. Sta a te farlo: se ti va e se sai osare.

Io credo che chi vive senza darsi la possibilità di sognare, togliendosi in un colpo solo la magia della vita da dentro il petto e cadendo inevitabilmente nel baratro del cinismo, lo faccia per ragioni diverse, sì, ma tutte con la stessa origine: la paura.

Paura delle delusioni, del fallimento, di cadere nel ridicolo, di perdere il controllo, di che-ne-so-cosa-ma-dev’essere-terribile.

Dare la colpa agli altri perché i nostri sogni sono morti non serve a nessuno e diventa con il tempo piuttosto patetico. Non riceverai mai le scuse di qualcuno, soltanto perché lo incolpi di averti ucciso i sogni. Se i tuoi sogni muoiono è perché tu hai smesso di sognarli. Il mondo non ne è responsabile perché il mondo non ti deve nulla. Tu devi qualcosa al mondo, alla vita, a guardare per bene la realtà delle cose.

La vita ci è stata donata come possibilità per rendere il mondo migliore. Non è realistico e non è granché utile per nessuno pensare che per il solo fatto che esistiamo il vivere deve esserci facile, comodo e indolore. Il fraintendimento si è palesato, credo, nel cuore della mia generazione ed è la mia generazione quella che ha mollato i propri sogni arrendendosi al cinismo e al disfattismo programmato.

No, nessuno ci ha rubato nulla, siamo noi ad aver permesso a noi stessi di lasciarci andare, assistendo inermi alla morte dei nostri sogni. Incapaci di sognare, ora, insegniamo ai nostri figli a rinunciare ancora prima di averci provato, perché? Perché la vita è dura, la vita è sacrificio, la vita è ostacoli-problemi-dolore. Colpa di chi? Del resto del mondo.

Facile, vero? Dovremmo fermarci un attimo e recuperare noi stessi, quel che rimane dei nostri sogni, e metterci seriamente al lavoro. Abbiamo una vita da sistemare. Subito.

PS: facciamoci pure aiutare dai ragazzi, loro si ricordano ancora cosa significa essere felici soltanto immaginandosi una vita migliore. E smettiamola di rompere loro le scatole quando vagano con la testa tra le nuvole. Stanno costruendosi una bella immagine del mondo per vivere meglio.

immagine presa dal web (come tutte quelle presenti su questo blog)
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(131) Standby

Spenta ma ancora viva. Mi sono sentita così per tutta la mia adolescenza. Spendevo il mio tempo dove non volevo stare, per forza di cose dovevo starci (era una scuola totalmente sbagliata per me), e aspettavo di iniziare a vivere. Viva eppure spenta. Spenta perché avevo capito che se mi accendevo e facevo quello che volevo finiva che a spegnermi era qualcun’altro. Meglio farlo da me, pensavo, fa meno male. Forse qui mi sbagliavo.

Oggi ho visto negli occhi dei ragazzi che avevo di fronte a me lo stesso segnale: standby. Vivi eppure spenti. Ho sentito quel dolore come se fosse ancora il mio. Credo, in effetti, che sia ancora mio. Quando sento che il mio essere viva suscita il fastidio di qualcuno che mi vorrebbe spegnere con un’occhiata o un gesto, per reazione – istinto di sopravvivenza, credo – vorrei spegnermi. Ovviamente, ora sono adulta e mi impongo almeno di essere vigile, spenta non ci sto più.

Quella cosa lì, però, resta dentro di me latente, subdola. Se lo hai provato sulla tua carne, quel maledetto dolore non lo scordi più.

 

 

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(130) Rischio

Il rischio è a portata di sbaglio. O è lo sbaglio a portata di rischio? Rischio e sbaglio sono a portata di mano, di questo sono sicura. Eppure, tra rischio e non rischio io scelgo rischio. Mica è detto che poi anche sbaglio.

Domani ho deciso che rischierò, di nuovo. Non sono certa che non sbaglierò, ma se mi sbaglierò lo farò in modo educato e leggero. Questo mi rassicura.

No, non affronto la cosa pensando “adesso sbaglio”, altrimenti non mi ci metterei neppure a rischiare. La prendo bene dall’inizio, consapevolezza innanzi tutto.

E poi, alla fin fine, cosa rischio? Rischio di sbagliarmi. Non sul fatto che ho voluto rischiare, non sul fatto che tutto andrà liscio, ma solo sul fatto che sia il momento giusto per rischiare. Non puoi sapere quale sia il momento giusto finché il momento giusto non ti si palesa davanti e tu… tu sei lì a guardarlo negli occhi e gli stringi la mano.

Se non rischi, il momento giusto potrebbe pure essere lì con la mano tesa, a un passo da te, ma tu non lo vedresti perché saresti girato di spalle.

E su questo non mi sbaglio. Proprio no.

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(129) Progetti

Progettare per me significa credere nella vita. Guardare oltre quel che ora c’è e immaginare quello che sarà. Non quello che forse sarà, no: quello che sarà. Se progetti dubitando che quel progetto sarà, gli togli forza. Ti togli forza.

Non basta sperare che quel progetto sarà, devi essere sicuro che quel progetto sarà. Contro ogni buonsenso, a volte. Contro ogni dato di fatto, spesso. Contro ogni parere, sempre. Devi avere fede.

Se progetti in questo modo, la realtà di adesso inizierà a modellarsi e a prendere una forma più morbida affinché il tuo progetto possa trovarvi dimora. Sembro una fuori di testa vero? Probabilmente lo sono, ma sono anche la prova vivente che se progetti e lo fai senza se e senza ma, credendo in ciò che fai, anche quando tutto ti dà torto, la realtà si arrende. Piano piano ti fa posto.

Un giorno lo racconterò meglio, ora voglio solo scriverlo qui alla veloce, perché forse qualcuno che un giorno passerà di qui e si fermerà per caso a leggere queste poche righe potrebbe averne bisogno. E così potrebbe finire con il pensare: “Allora non sono il/la solo/a pazzo/a!”.

E tra pazzi ci si intende. La solitudine può farti perdere la fede. Io lo so bene, ma anche questa è una storia che racconterò un’altra volta. Se mi andrà, altrimenti no.

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(128) Nuvole

Avere sempre la testa tra le nuvole sembra essere la mia prerogativa. L’ho dedotto dal fatto che l’89% delle persone che mi conoscono da tanti anni hanno quest’idea di me: vago senza concludere granché.

Se poi dovessi, per caso, tirare fuori dal cassetto il lavoro di questi miei anni, oppure attaccarmi al web per mostrare loro le briciole di pane che ho lasciato sulla strada percorsa, sicuramente verrebbero presi da stupore letale.

Prima o poi lo farò, anni e anni e anni per cucinarmi ‘sto piatto di soddisfazione: vendeeeeeeeeeeeeetta vendeeeeeeeeeeeeeeeeeetta vendeeeeeeeeeeetta!

Ritorno seria (o quasi): il fatto che io sia una a cui le idee non mancano, fa supporre che io non possa essere in grado di renderle concrete… sono troppe. Non è così, ho idee in abbondanza, scarto quelle irrealizzabili o irrimediabilmente stupide e mi concentro su ciò che che resta. Credo di averlo già scritto proprio qui sul diario. Tant’è che ‘st’aurea di vaghezza che mi porto appresso mi rende quel tipo di persona che non concluderà mai niente di buono nella vita (a detta di molti).

In effetti, la mia vita non è segnata da tappe da ritenersi socialmente valide (marito, figli e via di questo passo), ma da cose buone che non vogliono essere catalogate semplicemente perché non ne hanno bisogno.

La mia testa viaggia tra una nuvola e l’altra, può darsi, ma la mia realtà è bella densa e non serve che qualcuno se ne accorga, basta che io lo sappia, così da non farmi convincere da nessuno che non combinerò mai niente di buono nella vita.

La mia vita è già piena di buono così com’è, anche se dovesse finire proprio ora.

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(127) Decidere

Ci vuole tempo per decidere. Non è che soltanto perché la tua testa ha capito, lo ha capito anche il tuo cuore. Potresti non essere ancora pronto per prendere quella decisione che ti cambierà la vita.

Quando ho preso la decisione che mi ha cambiato la vita sapevo lo avrebbe fatto, ma non in che modo. Il modo può fare la differenza. A meno che tu non abbia la chiaroveggenza ti devi fidare. Di chi? Di te, della vita e della decisione che stai prendendo.

Conviene prendere le decisioni importanti con calma, a stomaco piatto, senza marosi e senza scosse. Così puoi immaginare nei dettagli il moto che avverrà in te e se ti immergi in quel silenzio sentirai ciò che devi sentire.

Ecco, quando vivrai quel momento fidati. Da lì parti e lì ritornerai: stomaco piatto, senza marosi e senza scosse, con un sorriso.

Molto probabilmente avrai attraversato l’inferno più volte (andata e ritorno – andata e ritorno – andata e ritorno… ), ma avrai vinto tu. Forse stropicciato in tutta la tua sostanza, ma ben saldo in te stesso.

Decidere sembra la parte più difficile, infatti lo è.

Dal momento in cui decidi non ti fermi più, vai vai vai a testa bassa e ti prendi tutto quello che ti devi prendere. Hai deciso che quella era la strada, ignorando ciò che ti attendeva (anche se una minima intuizioni l’hai pur avuta altrimenti avresti deciso prima o deciso altrimenti), ma sentivi che volevi e dovevi provarci.

Decidere sembra la parte più difficile, ma anche resistere finché non sei arrivato a destinazione non scherza mica.

A stomaco piatto, solo a stomaco piatto puoi valutare se il tuo decidere sia stato alla fine vincente. E nel silenzio la risposta sarà sempre e soltanto una.

Sì.

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(126) Interconnessioni

Voi non le vedete mai? Quelle cose volatili, eteree, indicibili che ti fanno andare dal punto A al punto B e da lì al punto C (e così via)? Ci sono. Sono molto meno volatili, eteree e indicibili di quel che si potrebbe pensare. Ci sono e lottano con noi.

Significa che se noi non facciamo un minimo sforzo per individuarle e cavalcarle e far sì che la nostra mente ingenua possa attraversare ogni passaggio del Senso, ci girano le spalle e via.

Va bene essere pigri, distratti, noncuranti, superficiali e apatici, ma essere coglioni no!

Le deliziose interconnessioni tra le cose e le situazioni e gli eventi e le persone, dannazione, sono lì per farci un favore. Per farci agire o reagire, per farci fermare e riflettere o farci correre a più non posso per metterci in salvo. Quando si presentano davanti ai nostri occhi per farci solidi e impavidi e detronizzare l’abominio che altrimenti avrebbe la meglio, abbiamo il dovere di rispondere: presente.

No, non da soli, insieme. Ognuno a suo modo, ma insieme.

Le interconnessioni sono qui per salvarci la pelle, e non dite che non ve ne siete mai accorti. Come scusa non vale.

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(125) Caos

Il mio Caos è lo Spazio Sacro in cui nasce tutto. Tutto cosa? Tutto il progetto di me-persona. Me lo devo ricordare ogni volta che ho giornate come questa dove il Caos mi sembra la fine e non l’inizio.

Non ho un modo chiaro (e forse neppure intelligente) per spiegarlo a me stessa, figuriamoci agli altri. Anche a scriverlo non risulta migliore, né più nitido né più malleabile: il mio Caos è una carogna.

Mi annichilisce, mi sovrasta, mi polverizza. Poi mi faccio una doccia e il mio Caos si placa per far risalire a galla una boa.

Al momento la boa mi sembra bellissima, è la mia salvezza. Se faccio l’errore di ritornare, però, nella realtà prima del dovuto la boa diventa bolla di sapone e puf. Sparisce.

Processo irreversibile e dinamica immutabile. Errore che commetto spesso, anche oggi, ma il mio Caos è lo Spazio Sacro in cui nasce il progetto di me-persona.

L’ho scritto per ricordarlo meglio, senza la speranza che mi risulti migliore o nitido o malleabile.

Il mio Caos rimane una carogna.

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(124) Magie

Credo che chi non crede nella magia delle cose, delle persone, della vita… si faccia un torto. Non tutto è pieno di magia, ma tanto lo è, anche se noi non ce ne accorgiamo.

Il punto è: perché?

Perché a un certo punto della nostra vita smettiamo di riconoscerla, di cercarla, di crederla vera? Forse perché qualcuno ci dice che non esiste, o perché il sapere che esiste ci spaventa, o perché ci sembra che senza si stia meglio.

La magia c’è.

Che ci piaccia o no.

E se non ci piace, faremo meglio a darci un perché. Sarà una risposta ridicola, assurda, falsa e cinica, sappiatelo. E se avrete il coraggio di guardarla in faccia non ci penserete un attimo a metterla da parte.

Con una semplice magia.

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(123) Idee

Siamo tutti portatori sani di idee geniali. Da lì a essere anche creatori ce ne vuole. La cosa migliore che possiamo fare per prendere coraggio è impegnarci a realizzare un’idea per volta e vedere qual è il margine di riuscita.

Il punto sta qui: qual è l’idea che vale la pena essere realizzata? Dipende molto dalla natura dell’idea stessa, ovviamente: è una cosa utile oppure no?

Già qui si butta via metà del nostro genio: solitamente abbiamo idee bellissime e inutili-ssime. Però bellissime.

Ok, in una giornata avrò circa una decina di belle idee, anche bellissime direi, ma non voglio tirarmela troppo. Di queste la metà sono inutili. Anche inutili-ssime, non lo nego. Rimangono cinque idee da analizzare, alla fine me ne rimangono un paio che hanno queste caratteristiche: fattibilità 80%, impegno 80%, risultato prevedibile 50% (di riuscita e/o fallimento).

Sto qui da una giornata intera a convincermi che il 50% è comunque un gran bel risultato per buttarmi a capofitto nel delirio. So già che domani inizierò a lavorarci, testa bassa, finché non le ho realizzate e… chi s’è visto s’è visto.

Alla fine, a me di fallire non me ne frega niente.

i-r-r-e-c-u-p-e-r-a-b-i-l-e

Lo so.

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(122) Pazienza

Essere addestrati alla pazienza, questa la grande ricchezza della mia vita. Non sto scherzando, tutti i miei desideri concretizzati hanno avuto tempi giurassici. 

La colonna sonora della mia esistenza potrebbe essere: “Patience” dei Guns’n’Roses. Just a little patience – cantava Axl al culmine della sua carriera e del suo fascino selvaggio – eh, Axl, a guardarti adesso viene davvero da esclamare Pazienza! (ma come ti sei ridotto, santocielo?!).

Metto da parte per stasera tutte le imprecazioni che l’andare a velocità triplamente rallentata rispetto a molti altri mi suscita ogni volta che ci penso e guardo la cosa dalla prospettiva opposta.

So aspettare. Nell’attesa so cosa fare (lavoro, studio, vivo, cresco) e non perdo tempo. Se avessi avuto pazienza e semplicemente aspettato, sarei morta d’inedia, invece eccomi qui. Sono ancora molto paziente e piuttosto presente nella mia modesta esistenza di lottatrice di sumo (visto l’agilità e la stazza non potrei paragonarmi ad altro atleta).

Detto questo: c’è un limite anche alla pazienza.

Credo che ora dovrò imparare a non essere paziente. Almeno non sempre. Esserlo con discernimento (e non perché devo fare la brava) è il mio prossimo goal.

Si salvi chi può.

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(121) Gentilezza

Quando puoi fare qualcosa, anche mettendo a rischio la tua faccia, per aiutare qualcun altro raggiungi in un colpo solo il livello massimo di gentilezza a cui sia possibile ambire. Quella che ti rende indimenticabile al cuore di chi ha potuto godere del tuo gesto.

Essere ricordato con un sorriso e un intimo grazie (eterno) credo sia il premio più dolce e gratificante che uno possa desiderare.

Oggi ho ricevuto una di queste gentilezze.

Non lo dimenticherò mai.

(sorriso——–grazie)

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(120) Rispetto

Mi voglio soffermare sul rispetto (dovuto e dato) con significato di considerazione. Considerare l’Essere Umano che ti sta davanti, o accanto, come tale e quindi portatore sano del diritto di essere rispettato, è l’unico modo per me di interrelazionarmi con i miei simili (inteso come Esseri Umani). Quando l’Essere Umano (chiunque sia) che ho davanti, o accanto, mi priva del mio diritto e mi manca di rispetto divento una belva.

Si dice che il rispetto uno se lo deve guadagnare. Bene, non sono d’accordo. Il rispetto (quello di cui ho scritto sopra) è dovuto di default. Dirò di più, coinvolge ogni Essere Vivente e Madre Natura in toto.

Ci si può guadagnare la fiducia di qualcuno, ci si può guadagnare l’amore di qualcuno, ci si può guadagnare la benevolenza di qualcuno, non il rispetto.

Mi è stato insegnato, purtroppo, che non va bene alzare la voce per rimettere a posto qualcuno che ti manca di rispetto. Un insegnamento fuorviante. Credo che sia nostro diritto non solo alzare la voce, ma anche usare parole ferme e pesanti quando chi interagisce con noi ci manca di rispetto.

Avrei dovuto impararlo prima, mi avrebbe aiutato parecchio, ma in questi giorni sto cozzando su più fronti contro queste cose e sento un dolore profondo, come se mi si fossero presentate davanti una dopo l’altra tutte le umiliazioni che nei miei anni non ho mai saputo rispedire al mittente.

Una sorta di catarsi.

Spero finisca presto.

 

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(119) Misura

Ognuno di noi ha le sue misure. Nelle mie misure ci sto dentro bene (sono una misura piuttosto comoda, ahimé), ma anche se c’è posto per molte cose, non per tutto.

E non dico che faccio bene, dico solo che è così.

Ognuno di noi dovrebbe essere ben conscio della propria misura, diventa brutto adeguarsi alla misura degli altri e si rischia di rimanere schiacciati o di essere sbattuti a destra e a manca rompendoci la testa.

La misura è colma. Se lo si afferma, è vero. Non lo si dice tanto per dire, questa è una frase che ha una certa portata. Se la si fa seguire a un punto è irreversibile. Con un punto esclamativo (La misura è colma!) è liberatorio. Con una virgola (La misura è colma, ) si suppone ci sia spazio per una motivazione, con i due punti (La misura è colma: ) si calca un po’ la mano, con i puntini di sospensione (La misura è colma… ) si anticipa il disastro.

Sto divagando. Volevo soltanto far presente che ognuno di noi ha il dovere di badare alla sua misura e che quando è colma ha il diritto di farcelo notare.

Con la punteggiatura che più gli/le piace.

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(118) Riflesso

La realtà delle cose confonde. Prospettive, punti di vista, opinioni, false credenze e pregiudizi vari invalidano la realtà di cose e persone.

Il riflesso no.

Il riflesso delle cose è sfacettato, è evanescente, è sfuggente, è misterioso, è intrigante, è pieno pieno pieno di sorprese. Mi sono chiesta a un certo punto della mia vita chi me lo facesse fare a focalizzare l’attenzione sulla realtà delle cose (che non mi era mai limpida, essendo io fortemente astigmatica), perché invece non far vagare la mia attenzione sui riflessi?

Attenzione: astigmatica significa che vedo sfocato tutto, ma non tanto da andare a sbattere (quello è dovuto alla mia goffaggine e non al mio difetto di vista) contro il mondo (sbatto contro i muri che scelgo e non quelli che mi scelgono).

Ora: ho scoperto molto più della realtà studiandone i suoi riflessi. Riconosco le trappole per i rumori di sottofondo, annuso l’aria ed ecco che stanno per arrivare menzogne a non finire, guardo ciò che tu non guardi e – toh! – colgo la tua verità.

Fidatevi: il riflesso del mondo vi darà risposte su cui potrete contare.

[Non saranno tutte belle, ma neppure la realtà lo è. Mai]

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(117) Buongusto

buongusto (o buon gusto) s. m. [grafia unita di buon gusto], solo al sing. – 1. [attitudine a gustare ed apprezzare le cose belle] ≈ classe, eleganza, finezza, gusto, raffinatezza, ricercatezza, stile. 2. [capacità di valutare l’opportunità di azioni e parole] ≈ accortezza, buonsenso, delicatezza, discrezione, garbo, sensibilità, tatto. ‖ intelligenza, perspicacia.

Ho voluto andare a cercare nella Treccani il significato preciso, perché volevo rileggermelo e farmelo scivolare dentro. Ne avevo bisogno.

Non frega nulla a nessuno, evidentemente, ma essere in balìa di persone che ignorano totalmente l’importanza di questo termine e l’enorme valore aggiunto che un Essere Umano acquista quando gli si attiene… mi rende furibonda.

Se l’eleganza, la finezza, lo stile, sono doti naturali – e poco le puoi inculcare in chi è tagliato grosso – l’accortezza, il buonsenso, la delicatezza, la sensibilità, il garbo si possono insegnare. Rientra nell’ambito dell’educazione.

Il buongusto ci fa fermare un secondo prima di diventare fastidiosi, molesti, fuori luogo, indisponenti, cafoni e anche teste di cavolo. Un passo prima. Ti fermi, valuti la circostanza e ti tiri indietro.

Questa accortezza ti rende un amabile Essere Umano con cui aver a che fare. Non sto parlando di essere buoni, quella è cosa dei santi, sto parlando di buongusto. Fa parte dell’amor proprio, di quel sentimento che se lo calpesti ti fa vergognare di esserti lasciato andare e esserti comportato da buzzurro, cafone, troglodita, idiota e testa di cavolo.

Ti fermi prima, giusto un passo prima, perché ti vergogni di mostrarti per quel che sei e decidi di dare al mondo la parte migliore di te.

Ecco. Lo possiamo fare tutti. Basta fermarci un misero passo prima. Non è mentire, è gestirsi con accortezza. Rendersi odiosi non è una scelta intelligente, neppure per un troglodita testa di cavolo.

 

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(116) Muro

Ogni volta che ne ho trovato uno ho dato una cornata. Così, tanto per saggiarne la resistenza. Molti si sono frantumati al primo sbang, altri mi hanno rotto le corna. Poi le corna ricrescono, mi sono sempre detta, e così hanno fatto. Solo che fa comunque male e non è che se te le rompi una volta fa male e la volta dopo fa meno male perché tanto ti ricordi che male ti ha fatto la prima volta.

Questo per dire che sono stata piuttosto sciocca in questi miei anni a sottovalutare quanto fa male rompersi le corna contro un muro.

Un muro, soltanto perché è un muro, non mi fa pensare che l’accesso mi sia negato, mi fa solo prendere atto del fatto che davanti a me c’è un muro. Sta a me valutare, di volta in volta, se vale la pena passarci attraverso e quanto sono disposta a sacrificare per farlo. Sì, perché le corna non sono l’unica cosa che ci rimetti quando carichi un muro. C’è tutto quello stato d’animo difficile da spiegare e impossibile da gestire che accompagna l’azione: da quando prendi la mira, allo sbang, fino al sanguinamento con bendaggio (e relativa convalescenza).

Determinazione e focalizzazione dell’obiettivo (bella carica delle tue motivazioni interne), adrenalina e potenza (tutta quella che hai, pur non essendo Hulk) che anche se non vuoi ammetterlo si porta con sé qualche aspettativa ottimistica, e accettazione della realtà (muro troppo duro e corna rotte) che comporta una presa di coscienza anch’essa piuttosto dolorosa (che presuntuosa sono? Mi sta proprio bene, così la prossima volta ci penso due volte prima di andarci addosso).

Cos’è che ti frega la prossima volta? Semplice: il crederci. Credere che quel muro sta lì per farsi buttare giù. Proprio da te.

Sbang!

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