(18) Improvvisare

Ho sempre lavorato molto e, anche quando facevo lavori che non mi piacevano, ho sempre lavorato con l’intento di fare le cose per bene. Sono stata cresciuta così e, a dirla tutta, sono grata ai miei genitori per avermelo insegnato con il loro esempio più che a parole.

Non mi piace chi s’improvvisa, chi pensa di saper fare e invece non sa fare ma si vende bene e quindi la cosa passa via così, senza colpo ferire (si dice così, no?). Credo che qualsiasi mestiere, qualsiasi professione, abbiano bisogno di basi solide su cui improvvisare. Ogni lavoro porta con sé un mondo di sapere, di abilità, di talento, di capacità.

Mai sottovalutare il lavoro degli altri. Mai.

La vita, comunque, è anche improvvisazione. L’ho imparato facendo una fatica del diavolo perché è difficile buttarsi quando guardi giù e non c’è rete di protezione. O sei scemo o sei pazzo, se lo fai. O sei obbligato a farlo. Ecco, la vita mi ha obbligata a farlo e mi ha obbligata a farlo spesso, mi ha forzata a imparare. L’ho odiata: ero sempre piena di ematomi, contusioni, distorsioni, escoriazioni e sempre dolorante. Non è facile apprezzare i colpi quando ti stanno facendo a pezzi, ma dopo (se sei fortunato e sopravvivi) puoi guardarli in modo diverso.

Improvvisare, ora, significa tirare fuori il meglio da me stessa quando non so cosa diavolo sta succedendo e sono chiamata comunque a fare o a dire qualcosa.

Smetti di pensare e agisci: parla o fai.

Questo è l’ordine che mi do quando mi trovo in una situazione critica e non posso fare finta di niente. Improvviso, forte di quello che ho attraversato in questi miei anni, di quello che ho capito, di quello che ho visto, sentito, letto, sperimentato, sbagliato, azzeccato, fatto morire e fatto vivere. Forte di quella che ero e di quella che sono diventata.

Non è improvvisare dal niente, è più un ricamo jazz.

No, la paura di dire la cosa sbagliata, di agire causando danni a destra e a manca, mi è rimasta. Faccio solo finta di essere un po’ sorda o troppo distratta dal resto per farci caso. Smetto di pensare e vado.

La verità è che il jazz, ora che lo bazzico da un po’, mi piace e la mia libertà è fortemente legata all’improvvisazione, e anche questo mi piace.

b__

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(17) Riparo

Credo che le persone arrabbiate siano quelle a cui manca un riparo, un luogo dove soltanto essere e basta. Se ti manca non puoi che provare paura e, come reazione, rabbia. La Rabbia, rumorosa o silente che sia, è sempre pericolosa.

Ogni Essere Umano ha bisogno di un riparo, dal resto del Genere Umano, perché il resto è veramente tanto. Una quantità gigantesca di Esseri Umani. Farebbe paura a chiunque. Se in una giornata ipotetica, te ne capitasse addosso un carico da 50 incavolati neri, avresti tutti i motivi per sbroccare. Soprattutto se a inizio giornata eri di buon umore.

Ne sono proprio convinta: dai a un Essere Umano un riparo e lo vedrai rilassarsi. Tutti ne hanno diritto, tutti gli Esseri Viventi (animali e piante comprese).

Il fraintendimento, però, sta nel cercare questo riparo al di fuori di noi stessi. Non è di certo l’isola tropicale o il Monte Ararat (tanto per fare un paio di esempi idioti) il rifugio che ti renderà sereno. Sei tu.

Costruirsi un riparo, un rifugio in cui rintanarsi, non è cosa da due minuti, ci vuole perseveranza. Devi guardarti bene dentro per capire come sei messo, farti le domande giuste – perché sono così velenoso nei confronti del resto del mondo? (se s’inizia da lì viene meglio, è più veloce, secondo me) –  e devi anche risponderti con sincerità. Poi cominci a fare pulizia e nel mentre ti tieni monitorato. Vedi cosa cambia dentro di te.

Appena ti accorgi che le cose che lasci andare si portano via, pezzo dopo pezzo, la tua rabbia, ti viene voglia di continuare.

Appena ti accorgi che si sta meglio lì dentro, ora che c’è meno ressa di cose e sentimenti, ti viene voglia di mantenere il tuo riparo pulito.

Appena ti accorgi che respiri meglio, ti rendi conto che prendersela con il resto del mondo, che vive nel caos e nella sporcizia, non fa bene a te e non aiuta il resto del mondo.

Nel tuo riparo, sei al sicuro.

Non sei più arrabbiato, vero?

Ecco.

b__

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(16) Addio

Non ho mai imparato a dire addio. O, comunque, non penso mai l’addio come definitivo. Non so se sia un bene o un male, c’è chi pensa che non mi faccia un gran servizio il mio accanirmi contro il Definitivo in generale.

Essendo nata con questa predisposizione non so come si sta senza, fa parte di me. Dubito di poterla cambiare. In questi giorni, anzi, dubito della necessità di cambiarla per stare bene. Anche se io e il Definitivo abbiamo un rapporto conflittuale non è che la mia vita ne risenta in modo devastante. Ne risente il mio umore, a volte pesantemente è vero, ma quando me ne accorgo mi ripiglio in fretta. Smetto di pensarci e vado oltre.

Addio lo dico, l’ho detto, lo dirò. L’ho detto con gioia, con rabbia, con sollievo, con costernazione, con dolore, con leggerezza e in mille altri modi. Lo dico e lascio andare. Ho imparato a farlo e ora mi viene piuttosto bene. Soltanto che dirlo non significa che dentro di me abbia la valenza di saluto definitivo.

Perché? Perché non so dimenticare. No, non ho una memoria formidabile, tutt’altro, ma dimentico cose o persone che mi hanno toccato poco.

L’Addio lo dici a chi ti ha fortemente coinvolto e sconvolto, non a chi hai incrociato per caso o a chi manco hai chiesto il nome. Quindi quel tipo di incontro, quello vero, intenso, non lo dimentico e quel Addio non ha il peso del Definitivo, ma di un a dopo.

Molto molto dopo, magari nella prossima vita grazie. Non Definitivo, però.

Addio, per un po’. Ecco. Senza senso, me ne rendo conto, ma come si fa ad aggrapparsi a un Definitivo quando devi lasciare chi ami? Non è l’Addio a devastarti è il Definitivo. Allora giochiamocelo questo Addio in modo che non ci spezzi del tutto, solo un po’.

Non posso avere Addii con valenza diversa, l’Addio è uno solo. Posso, però, considerare il Definitivo con maggior o minor peso valutando le conseguenze.

Non lo so, forse domani la vedrò meglio, ora sono molto stanca.

Addio.

(scherzo)

b__

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(15) Rottura

Il punto di rottura c’è in tutto. Il punto di rottura non capita mai all’improvviso, c’è sempre un segno che lo anticipa. Che tu lo abbia notato o meno non è responsabilità né del punto, né della rottura, tantomeno del segno. E’ tua.

A volta lo vedi (il segno) e ti giri dall’altra parte. Altre lo indovini, lì tra la nebbia delle cose possibili, e ti racconti che è una visione senza significato. A volte te lo sogni, dimenticandoti una volta sveglio che era lì per darti un messaggio. Altre lo scambi per una bizzarria del caso o una rottura di scatole, salvo poi ricordartene quando arriva davvero la rottura e le scatole sono la cosa meno importante che si frantuma.

Il punto di rottura è un punto, ma può essere anche una linea (quella del non ritorno), oppure un segmento temporale (quello da cui non si ha ritorno). Sono convinta che sia sempre definitivo.

In questo caso, il per sempre è effettivo e degno di fede: il punto di rottura anche se dura soltanto una frazione di secondo non lo puoi sanare. La rottura è profonda, anche se millimetrica, e causa un dolore intenso, anche se di breve durata. E’ un click che ti rimbomba dentro e ti fa scricchiolare lo scheletro, il cui riverbero si propaga e raggiunge ogni tua fibra.

E’ quel “Basta, adesso” del vecchio Jack Burton di Grosso guaio a Chinatown (film di John Carpenter con Kurt Russell). Significa: non ce n’è per nessuno, fine della storia, passo e chiudo.

La cosa strana è che non è la fine che ti procura il dolore, quella la decidi tu, è un atto volontario. Ti fa male il fatto stesso che sei arrivato a quel punto, alla rottura. Rottura della capacità di tollerare la questione. Quando arriva il basta adesso è tardi per tutto: per le spiegazioni, per le scuse, per la giustificazioni. E’ tardi perfino per litigare. Te ne vai e basta. E lo fai adesso, non tra qualche settimana, tra qualche giorno, tra qualche ora, no: adesso.

Ogni tanto ho pensato che potevo anche evitarmelo di arrivare al punto di rottura perché i segni li avevo già visti e stavo già facendo il countdown, ma rimane sempre un mezzo metro di illusione che ti fa dire: magari la cosa si recupera prima che sia troppo tardi. Eppure, non mi è mai successo. L’unica cosa che arrivare al punto di rottura mi permette di fare è: essere sicura che tutto quello che c’era da fare e da dire è stato fatto ed è stato detto. Nessun rimorso, nessun rimpianto. Amen.

Evviva il punto di rottura!

b__

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(14) Fondo

Andare a fondo. Approfondire o sprofondare?

Per indole io vado a fondo, non mi basta quello che si vede in superficie. In questo andare a fondo, spesso, sprofondo in uno scoramento da paura perché andando a fondo si scoprono cose che ti augureresti di non sapere mai.

Al di là della banalità di questo incipit, aggiungo anche che preferisco sapere che ignorare. Anche se mi fa incazzare, anche se mi ferisce. Credo che evitare di andare a fondo per paura di sprofondare sia fare un torto a noi stessi. Che stima puoi avere di te se ti nascondi la verità per mancanza di coraggio?

Ergo io mi dovrei stimare moltissimo. Temo di aver trovato un gap pressocché incolmabile in questa mia riflessione serale.

Vabbé, andiamo avanti. Tocchiamo il fondo.

Aprire questa cartella comporta penitenza con cilicio, temo. Ho constatato che, spesso, finché non si tocca il fondo non ci si ferma. Nella discesa c’è un’euforia autodistruttiva che non ti fa fermare. Sto cadendo? Ok, allora che sia fino in fondo per sfracellarmi una volta per tutte.

Credo sia sano.

Detto così sembra un’idiozia, e non escludo lo sia, ma mentre vai a fondo hai la possibilità di vedere i tuoi abissi. Puoi accorgerti di dettagli che prima ignoravi. Se sei bravo e ti immagini scendere in slow motion, secondo me, puoi capire come diavolo sia potuto succedere (e non è poco). Non distrarti, non lasciarti sopraffarre dalla rabbia o dalla confusione o dal dolore, rimani lucido.

Scendi consapevolmente fino al fondo, toccalo e datti la spinta per risalire. Non fare l’errore di aspettare sul fondo il momento giusto per darti la spinta. Non funziona. Se mentre tocchi il fondo già spingi sulle gambe guardando in alto, sei costretto a risalire. Se tocchi e ti adagi sul fondo, l’autocommiserazione avrà la meglio.

Detto questo, credo di aver imparato la lezione: il fondo non è un luogo in cui riposare, a meno che tu non sia morto.

b__

 

 

Suvvia, mio povero cuore, suvvia, mio vecchio complice, raddrizza e dipingi a nuovo i tuoi archi di trionfo.

Paul Verlaine

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(13) Realtà

Credo che a un certo punto uno se la deve mettere via: realtà batte immaginazione 10 – 0. Significa proprio che la realtà fa sempre più schifo dell’immaginazione, nel bene e nel male.

Immagini l’incontro con la persona che ti farà innamorare: i brividi, il batticuore, le parole giuste, i silenzi giusti. Poi la incontri: niente brividi, batticuore a fasi alterne, parole o troppe o poche, silenzi che più che altro sono vuoti, o peggio baratri d’incomprensione.

Allora pensi che non sia la persona giusta, tu volevi quella cosa là, quella immaginata così perfettamente. Quella cosa, insomma!

Finisci col vivere la storia un po’ meno, in attesa di quella che tu sai che arriverà perché se l’hai immaginata e ti ha fatto felice allora quello dev’essere. L’immaginazione uccide l’amore, spesso.

Stessa cosa vale quando ti immagini una sciagura: terremoti, tsunami, apocalisse. Ti guardi tutti i film americani sulla fine del mondo (un catalogo ben fornito) e ti immagini che andrà così.

Poi arriva il momento, la tua fine del mondo. Solitamente arriva nel silenzio, ti porta via tutto e nessuno se ne accorge. Non hai neppure il tempo di urlare, la voce se n’è andata assieme alle tue forze. Rimani lì senza sentire niente. L’immaginazione uccide la tragedia, spesso.

La realtà ha una sceneggiatura da b-movies e anche la messinscena lascia molto a desiderare. E non me ne capacito.

Io che vivo nell’universo parallelo che dell’immaginazione si nutre, ripiombo nella realtà di controvoglia, in una via di mezzo emozionale che è più stordimento che sentire. Ogni volta mi vien voglia di telefonare al regista per dirgli che è un incompetente, un fake, un incapace. Che diavolo significa tutto questo?

Solo che sceneggiatura, regia e recitazione fanno capo a me.

Ok, ora mi telefono.

b__

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(12) Integrità

L’integrità non va spiegata. Non richiede argomentazioni, che diventerebbero giustificazioni e suonerebbero come scuse. No, l’integrità basta a se stessa.

C’è un criterio in quello che faccio anche quando sbaglio. Se sbaglio, però, non è mai imputabile a malafede o malintento. Sbaglio perché sovrastimo o sottovaluto elementi che acquistano importanza nell’evolversi delle cose.

Mi sono sbagliata su tutto: in ogni campo, in ogni circostanza, in ogni periodo della mia vita. Quasi un record, lo posso tranquillamente affermare.

Su tutto, ma non ho sbagliato tutto. Le cose e le persone su cui non mi sono sbagliata surclassano le altre, è giusto dirlo. Chissà perché, però, mi ricordo solo le volte in cui mi sono sbagliata. Forse perché sono le volte in cui le conseguenze dello sbaglio mi hanno danneggiato.

Si sa che i segni delle conseguenze (quelle brutte) sono lì per restare.

Mi dispiace essermi sbagliata così tanto, un po’ per orgoglio e un po’ perché nel frattempo sono stata male, un po’ perché ho perso tempo e un po’ perché ho perso fiducia nelle cose del mondo.

Perdonarmi è diventato un lavoro a tempo pieno e son sempre punto e a capo.

Quello che mi salva è l’essere rimasta integra. Non è che se mi sono sbagliata e mi sta per franare addosso l’ira divina io mi scanso o do la colpa a qualcun altro. No. Resto lì e cerco di ripararmi con il mio scalcinato ombrello, aspettando che la pioggia di meteoriti si plachi. E’ il mio modo di vivermi dignitosamente.

Ai più sembrerà una cosa da nulla, ma è importante. Mi fa restare attaccata a me stessa quando il mio istinto mi urla vattene.

No. Resto finché i metoriti smettono di cadere giù. Voglio contarli uno a uno e nominarli, così non me lo dimenticherò più. La stupidità paga pegno. Sempre.

Non dirò il perché. Non devo spiegarmi, giustificarmi, scusarmi.

L’integrità uno se la gestisce come vuole, è una cosa privata.

Sacra.

b__

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(11) Felicità

Non è vero che la felicità significhi una vita senza problemi. La vita felice viene dal superamento dei problemi, dal risolvere le difficoltà, le sfide. Bisogna affrontare le sfide, fare del proprio meglio, sforzarsi. Si raggiunge la felicità quando ci si rende conto di riuscire a controllare le sfide poste dal fato.

(Zygmunt Bauman – sociologo)

Sono stremata stasera, ho fatto due giorni di full immersion in un test, sì, una sfida. Non so come andrà, ma per me l’ho superata. Ho dato il 100% di me stessa, non mi sono fermata fino a quando non è scattata l’ora in cui dovevo consegnare. L’ho superata perché non mi sono lasciata confondere dal timore di non potercela fare. Testa bassa e lavoro duro. Stop.

Mi sono accorta, soltanto da qualche mese, che alla fine ho vinto tutte le sfide che ho saputo accettare. Vinto non significa che ho una serie di trofei e medaglie da mettere in vetrina, no. Significa che ho superato quelle sfide. Non mi sono mai fermata prima di essere arrivata dall’altra parte, in piedi o mezza morta, e valutare il mio lavoro a cosa fatta e non solo pensata.

Buffo che io valuti come brillantemente superate prove che non mi hanno aperto alcuna porta, alcuna finestra, neppure uno spiraglio per far passare un filo di luce. Invece, quelle superate per il rotto della cuffia (la maggior parte) sono quelle che mi hanno fatto andare oltre con un po’ più di sicurezza nelle mie capacità. E non è una questione di difficoltà, non sempre almeno.

Mi sono imbattuta, oggi su facebook, in un video estratto da una lunga intervista di Zygmunt Bauman (meraviglioso pensatore) e sono rimasta inchiodata lì, tanto da rivedermela per una decina di volte. Solo un paio di frasi, quelle che mi sono riportata là sopra, ma sono tagliate giuste giuste per me.

Sono felice.

b__

 

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(10) Avanti

Avanzare sempre, nonostante tutto. Anche a pezzi, vai avanti che piano piano li recuperi tutti i pezzi e si salderanno perché la vita è la colla del nostro esistere. Siamo meno fragili di quello che ci diciamo, spesso come scusa per non avanzare.

In certi periodi è evidente che stai procedendo sulla tua strada, evidente a tutti per quello che fai. In altri periodi appari inerme, mezzo morto. Appari, perché ti succede tutto dentro. A un periodo segue l’altro. Sempre avanti.

Nove anni fa non lo sapevo. Ora lo so ed è quasi un sollievo.

Un sollievo constatare che i passi fatti erano nella direzione giusta, mancava la strada, me la sono costruita e ora c’è. Un sollievo malinconico e una domanda: ma dove vuoi andare?

Avanti. Solo avanti.

Non mi faccio fermare dai dubbi che sono proiezioni delle mie paure, le mie tante paure le ho nominate e le riconosco ora. Mi fermo davanti a uno scrupolo, a un pudore, a un’incertezza. Mi bastano i perché parziali, mi bastano i perché abbozzati, provvisori. E vado avanti.

La verità mi trova sempre. Sulla stessa strada, al lavoro, in ricerca non sempre evidente.

b__

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(9) Posizione

Da bambina ho imparato una cosa importante: non si può avere tutto. O questo o quello. Tutto non si può. Credo sia stato l’insegnamento che più ha aiutato la mia resistenza alle avversità. O questo. O quello.

Va da sé che ogni volta mi sono trovata a scegliere tra quello che era giusto per me e quello che per me non era giusto, abbracciando sempre la prima ho capito presto che avrei dovuto rinunciare a un bel po’ di cose. Non ho cambiato la mia posizione neppure quando si trattava di perdere tutto quello per cui avevo lavorato. Se la mia pancia urla lo fa perché quello che vede non può accettarlo. Io seguo la mia pancia, anche se il cervello mi dice che non è saggio rischiare una perdita del genere.

Non è giusto essere calpestati. Non è giusto essere manipolati. Non è giusto essere usati. Non è giusto. Semplicemente non è giusto.

Mantengo la mia posizione.

Ho perso lavori importanti per questo. Ho perso persone importanti per questo. Eppure, dopo anni, posso affermare che forse non erano così importanti perché io sono ancora qui e la mia vita è migliore adesso.

Nel tempo ho notato che mantenere la mia posizione è sempre meno difficile. Insomma, so come si fa, so come si sta durante e come si sta dopo. So che poi troverò qualcosa che mi confermerà che quel giusto che mancava non poteva essere sopportato, accettato, ingoiato giorno dopo giorno per timore di ritrovarmi senza niente.

Io per me sono tutto, non niente. E da lì si riparte.

Si tratta di sentire dove inizia quel “non giusto” e metterci uno stop. L’ascolto ti può evitare tanta sofferenza gratuita.

Basta saperlo, no? Anche se sceglierai la sofferenza gratuita, sarà pur sempre una tua scelta e di nessun altro. Basta saperlo.

b__

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(8) Sorprese

In questi giorni sto ricevendo belle sorprese. A parte lo stupore per il fatto che siano belle (solitamente ne ricevo di sorprese, ma piuttosto difficili da digerire), questa inversione di tendenza comporta un obbligato settaggio da parte dei miei neuroni.

Abituati alle emergenze traumatiche, i miei neuroni sopportano male le sorprese. Ora si trovano decisamente confusi: le sorprese possono pure essere belle. E io posso rilassarmi un po’. Non troppo, per l’amor del cielo, soltanto un po’.

Mi scocciava essere diventata cinica e chiusa nei confronti delle possibilità a portata di mano. Ero stanca, ecco. Quindi, questo periodo che si è appena aperto mi impone un ripristino di certi pensieri adolescenziali che mi piacevano tanto e che mi facevano amare il mondo intero.

Ok, il mondo è cambiato parecchio da quando avevo sedici anni, e non in meglio, ma metto da parte il cinismo e il broncio ora.

Sono curiosa di incontrare quel che accadrà.

 b__

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(7) Donne

Lavorare con le donne comporta un totale mettersi in gioco, sempre. Non c’è separazione, c’è una sola donna che ti si mostra con volti diversi, con abiti diversi. Difficile guardare negli occhi delle donne, da donna, e giudicare eccessi e debolezze. Significa giudicare te stessa.

Mi riesce meglio se mi guardo allo specchio, senza i volti di altre donne a farmi da contorno. Dimentico che è permesso anche a me avere volti diversi, forme diverse. Mi concentro su ciò che vedo e faccio fuoco.

Fa sempre male e non risolvo nulla.

Amo lavorare con le donne: mi salvano la vita.

b__

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(6) Bellezza

Vedere concretizzarsi il frutto del tuo lavoro, questa è la Bellezza che preferisco. Il realizzare nel concreto dà torto a chi mi ripeteva che stavo solo perdendo tempo. Dentro di me lo sapevo che non era così, che stavo crescendo, stavo imparando, mi stavo ubriacando di Bellezza, ma come convincere anche gli altri?

Forse la mossa astuta è stata proprio quella di smettere di convincere gli altri a parole e impormi di rendere quello a cui stavo lavorando semplicemente concreto. Puoi leggere il mio blog o il mio romanzo o i miei racconti. Puoi partecipare al mio laboratorio, ascoltare un mio programma radiofonico o assistere a un mio reading, addirittura a un mio spettacolo… puoi.

L’aria fritta di cui mi nutro alla fine si condensa. Sempre.

Se non succede (quando lascio una storia a metà o non la inizio neppure, quando per qualche motivo s’inceppa qualcosa e non posso portare a termine il lavoro che mi ero prefissata di compiere), quando non succede mi sembra di aver perso tempo.

Che poi non è vero, io non perdo mai tempo: io lo impiego. Come pare a me. Con un piede radicato a terra e un altro che salta sulle nuvole. In mezzo la testa, ma quella… quella a volte serve, altre volte no.

b__

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(5) Scoperta

Immergermi in qualcosa che mi piace fa passare tutto. Sono fortunata perché la mia passione è diventata il totale del mio quotidiano, ma spesso sono presa dai ritmi del lavoro (deadlines, preventivi, appuntamenti, lezioni ecc.) e me la godo poco questa condizione.

Oggi ho dedicato tutto il giorno allo studio e mi sento piena di forze per affrontare la settimana di lavoro. Più comprendo le dinamiche della mente umana e più mi si aprono finestre dove proiettarmi stile Enterprise verso l’infinito e oltre. La scoperta di nuovi pianeti è la meta. Il mio viaggio.

Sapere un po’ di più per trovare modi di mettere in pratica quel che ho imparato è galvanizzante. Me lo ricordo sempre quando sono davanti a una classe di studenti recalcitranti e poco disposti a farsi elettrizzare, ogni volta è una sfida: riuscirò a far arrivare fino a loro la meraviglia di quello che sto vivendo?

Dieci su dieci ci riesco. Non perché io abbia doti speciali, il segreto è nella passione che ti muove e che ti insegna a non dare niente per scontato e, soprattutto, a non mollare mai.

Se per te è importante non molli. Semplice.

 b__

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(4) Temperatura

Avere i vuoti in testa sta diventando un’abitudine, non mi piace ma non ci posso fare niente. Qualche giorno fa parlando con un’amica che non vedo da molto tempo, alla domanda “Come stai?” ho risposto “Incasinatissima!” e lei ha riso commentando: “Lo sei sempre stata, fai milioni di cose contemporaneamente da una vita e non ti sei ancora abituata?”.

Eh! No.

In effetti, quello che io chiamo “vuoto in testa” è, invece, “testa troppo piena”. Tanto piena da darmi le vertigini. Non so ancora come sistemarla questa cosa dentro di me, ci devo pensare. Ragionare per “vuoti” e “pieni” può aiutarmi a mitigare la temperatura interna e rendere meno pesante quella esterna.

Non pretendo costanza a tempo indeterminato, ma una certa presenza sì.

Spero che la febbre mi passi, domani devo fare mille cose.

b__

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(3) Tempi

Una lotta contro il tempo: come se non fosse abbastanza, come se non me ne fosse rimasto che una goccia. Vorrei per un po’ abbandonare questa maledetta morsa ossessiva e vivermi il tempo per quello che è: semplicemente fugace.*

E mi sono stupita che siano trascorsi soltanto due mesi dall’ordine del libro che oggi il corriere è riuscito a consegnarmi. In realtà, se non fossi io e se non fossi abituata al dilatarsi del tempo che fugge comunque, mi sarebbe passata la voglia di leggerlo.

Sono certa che la mia predisposizione a volarmene via con la testa mi abbia permesso di arrivare fin qui senza perdermi in modo definitivo. Potrei sbagliarmi, vero, ma crederci mi aiuta a sperare che questa mia testa che vola via non sia da cambiare, ma da usare come salvagente in ogni circostanza, per ogni evenienza.

L’effetto collaterale dell’atterraggio rimane, però, ancora un dettaglio da sistemare. Lassù si sta meglio.

b__

* fugace agg. [dal lat. fugaxacis, der. di fugĕre «fuggire»]. – 1. letter. Che fugge o è solito fuggire. 2. fig. Di cosa che ha breve durata, che termina o scompare presto: tempo, età, giovinezza fugace.

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(2) Incontro

Incontro ogni giorno persone che portano con sé la propria vita con consapevolezza. Lo dico perché non è una cosa ovvia, si può vivere inconsapevoli incolpando il resto del mondo e essere devastati dal risentimento. Ci si sente derubati della felicità, in qualche modo, da tutto e tutti.

Più cresce la mia autoconsapevolezza e più gli incontri che faccio si allineano al mio stato, alla mia presenza. Non devo cercare, sono loro che mi trovano.

Accolgo questa realtà con gratitudine e ne sorrido.

b__

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(1) Silenzio

Preferisco il silenzio. Non lo pratico abbastanza, ma dovrei. Funziono meglio quando sto in silenzio, quando non ho l’illusione di essere capita. Lasciamo stare l’essere compresa, quella è faccenda utopica, ma l’essere capita quando uso le parole è cosa che do (spesso e stupidamente) per scontato.

Tempo fa mi arrabbiavo (ma sono tutti stupidi!), poi ho creduto di capire (ma sono io la stupida!) e ora raccolgo tutto nel silenzio, in sospensione di giudizio. Rimane il dato di fatto: l’incomunicabilità non riguarda il resto del mondo. Riguarda me, riguarda tutti.

Ora do per scontato che le parole abbiano più vite contemporanee, più livelli d’esistenza, più facce e diverse intensità. Se guardo la cosa da questo punto di vista, sorrido.

Quante possibilità mi si aprono davanti. Quante!

b__

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(0) Inizio

Il fatto che la mia vita sia costellata da una serie impressionante di inizi mi piace parecchio. Il fatto che di questi inizi ho visto altrettante fini mi piace meno. Non sono mai stata brava ad accettare la fine. Non ne faccio una malattia, ma oggettivamente parlando non la prendo benissimo. Mi ci vuole tempo. Tempo per farmene una ragione, anche quando quella fine l’ho voluta io.

Sì, i desideri scoordinati sono una gran rottura di scatole.

Oggi è un bell’inizio. Questo diario mi accompagnerà per i prossimi tre anni. Sembra una follia, lo so, ma ho bisogno di un inizio e ho bisogno di programmare una fine per portare avanti con determinazione il mio lavoro. E quando arriva la fine, tra sollievo e nostalgia, mi prendo un po’ di tempo per una piccola morte temporanea. Poi inizio di nuovo.

Questo inizio profuma d’autunno. La stagione dei pensieri. Perfetto.

b__

 

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Un Diario? Sei Pazza!

Ci ho pensato parecchio. Non era affatto scontato, perché ho almeno cinque altri luoghi virtuali in cui scrivo e ognuno è nato con uno scopo preciso.

NEVERLANDstorie è dedicato alla narrazione e ai miei progetti legati all’argomento, PANDORA, le Storie del Vaso è dove racconto le storie (assieme a un bel team di attori) che più mi piacciono e che voglio condividere con gli ascoltatori del podcast, il Circolo Scrittori Instabili è nato per pubblicare i racconti dei miei allievi, VISIONSmakeBEAUTY è un programma dove intervisto chi ha una Visione che crea Bellezza e vuole condividerla e INSTABILMENTE-contaminazioni d’Arte è il blog dell’associazione culturale di cui sono presidente.

Che cosa diamine mi resta da dire?

Per focalizzare meglio il mio desiderio di aprire un nuovo blog e completare il mio sito (barbarafavaro.com) ho fatto un passo indietro, ovvero: il mio diario.

Scrivo tutte le sere alcuni pensieri in un quaderno, con la copertina bellissima e le pagine senza righe e senza quadretti. Quando le pagine stanno per finire vado in cerca di un nuovo quaderno con la copertina bellissima e le pagine bianche. Ne ho bisogno, è il mio modo per staccare da tutto e fare il punto della situazione. Perché ho sempre la sensazione che se non faccio il punto della situazione le cose possono sfuggirmi di mano. No, non intendo le cose reali… il resto. Tutto quello che di impalpabile mi passa dentro. Dalla testa in giù. Se non ne tengo traccia questa materia effimera si disperde e non la ritroverò più.

Anni fa avevo un blog su Netlog (credo lo abbiano chiuso), era un social network più interessante di Facebook (a mio parere), dove scrivevo ogni giorno un post. Scrivevo storie, in realtà. Tutte queste storie sono finite in un libro, IL MIO REGNO PER UN BLOG.

Quello che mi è mancato in questi ultimi anni è un luogo dove scrivere i miei pensieri per condividerli. Non mi piace farlo su Facebook perché è una piazza troppo grande e dispersiva. Potrebbe, però, funzionare qui.

Bene, sono arrivata al punto.

In questo blog, che ho chiamato *GIORNI COSì*, scriverò i miei pensieri. No, non tutti. Uno al giorno. Così come mi vengono, senza rileggerli, per farli diventare parte del viaggio che possiamo fare assieme.

Il mio mestiere mi porta in luoghi interessanti, dove scopro, imparo, conosco, agisco e penso. Potrebbe piacervi, secondo me. Se volete scoprirlo, mi trovate qui. Ogni sera con un pensiero. A domani, Folks!

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