(292) Artificiale

artificiale agg. [dal lat. artificialis, der. di artificium «artificio»]. – 1. a. Fatto, ottenuto con arte, in contrapp. a ciò che è per natura (…)  2. Meno com., artificioso, non spontaneo: parlava con voce a., assume spesso pose a., e sim. ◆ Avv. artificialménte, con mezzi artificiali.

Non sempre ciò che è artificiale è scadente o inferiore a ciò che è naturale. Una reazione artificiale, in una situazione di tensione, potrebbe essere molto più saggia o addirittura salvifica rispetto a una naturale. Al di là di questo, mi piace tanto il significato sul quale poggia tutto: fatto, ottenuto con arte.

Mi fa pensare a tutto quanto l’Essere Umano sa fare con arte e a quanto sia importante questo saper fare con arte per l’Umanità intera.

Vero è che fa anche tanto per distruggere il buono del suo fare con arte, e c’è arte anche quando fai per distruggere a pensarci bene. La cosa peggiore del diventare vecchi è rendersi conto che bene e male vanno a braccetto così spesso da confondersi l’uno con l’altro. Basta un po’ di più di qua o di là e già il risultato è ribaltato e tu non sai più da che parte stare.

Ma ci sono certi pensieri che a percorrerli tutti ti viene il magone. Ritorno all’origine di questo sproloquio allora: fare con arte. Perché non basta fare, senza cuore, senza senso, senza ambizione, senza intento, non basta. Bisogna fare con arte, che significa sentimento, dedizione, cura, intenzione bella.

Così voglio fare, il più a lungo possibile.

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(271) Follia

A un certo punto diventi grande e pensi: adesso posso fare quello che voglio e nessuno si permetterà più di mettersi tra me e la mia vita. Questo pensiero meraviglioso (lo è davvero, ironia a parte) sarebbe l’inizio di una bella storia se fossimo abbastanza saggi da gestircelo. Non lo siamo. Forse, se siamo fortunati, lo saremo. Quando ci ritroveremo più vecchi, vecchi abbastanza da aver capito che fare quello che vuoi – quando quello che vuoi muta forma e significato ogni tre secondi – è come rimbalzare tra un ostacolo e l’altro sugli autoscontri.

Odio gli autoscontri, mai capito chi ci va matto, ma adoro guidare l’auto. Non mi piace sbattere contro qualcosa, mi piace guidare senza andarmi a cercare il colpo della strega – che quando lo cerchi arriva sempre puntuale.

Le righe sopra non sono scritte a casaccio, prendiamole come una metafora: guidare alla cavolo perché ti diverte lo fai se sei al Luna Park e basta. E basta. Pensare che possiamo andare alla cavolo mentre conduciamo la nostra vita di qua e di là a seconda del nostro umorale volere è per lo meno folle.

Se trovi un certo equilibrio nella gestione del tuo umore e del tuo volere, scopri anche che volere quello che va bene per te è come fare 6 al SuperEnalotto: pressocché impossibile. Eppure, soltanto quella cosa che davvero va bene per te vale la pena dello struggimento che il volere senza ancora l’ottenere si porta appresso.

Cosa voglio dire con tutto questo? Bah! Forse soltanto che siamo tutti folli e che i Cappellai Matti sono gli unici a vederci chiaro. Pertanto quando ne trovi uno, uno vero, ascoltalo attentamente.

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(261) Osservatorio

Dal mio osservatorio spesso sono evidenti le stelle, meno la Luna. La Luna è grande e forse le sono troppo vicina, spesso, per accorgermi che c’è. Il mio dito non è solito puntare il cielo, il mio dito non ferma alcun istante o rischia di rimanerci appiccicato. Lui sa che non si fa.

Eppure la Luna mi chiama e quando non posso proprio ignorarla devo affrontarla con prontezza per non esserne schiacciata. Quando l’affronto so che perderò, che lei mi farà capire esattamente l’inutilità di ciò che mi propongo di fare, ma che si aspetta anche che, di tanto in tanto, io mi metta in gioco e la affronti. Credo sia il giusto fluire delle cose che vuole che io capisca, credo anche che non finirò mai di arrabbiarmi per come fluiscono le cose.

La Luna non sta lì per sfidarmi stupidamente, sta lì affinché io accolga quelle cose che sono talmente grandi che non riesco a tenerle dentro gli occhi e per evitare che gli occhi mi scoppino le lascio andare.

Non me ne fa una colpa, ma so che da me vorrebbe qualcosa di più. Non riesco a capire che cosa di preciso, ma dal mio osservatorio cerco di non farmi sfuggire nulla. Prima o poi scoprirò cosa vuole la Luna da me. E gliela darò.

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(209) Cinque

A volte, per capire se è il caso o meno di fare una cosa mi impongo di trovare cinque buoni motivi per farla. Non cinque buoni motivi per NON farla, perché di motivi per non fare qualcosa (qualsiasi cosa) ne sappiamo tutti trovare almeno duemila e quindi non vale.

Dicevo: cinque buone ragioni per cui dovrei fare una cosa che mi è venuta in mente.

Sembrerà una cavolata, ma mettermi lì a scovare cinque motivazioni sensate non è mica ovvio e neppure istantaneo. Mi ci vuole un bel po’ di riflessione. Questa pratica masochista mi impone di approfondire il mio rapporto con i miei desideri: da dove vengono? Che cosa vogliono? Dove mi vogliono portare? Perché?

Dare per scontato che siccome un desiderio è arrivato fino a te, allora va bene tutto, non c’è bisogno di sapere altro, è un’abitudine che hanno in troppi. Ce l’avevo pure io, poi ho deciso che sarebbe stato meglio se un paio di domande me le facevo ogni tanto ed è andata meglio. Riesco a capire abbastanza in fretta se quello che voglio fare è un’idiozia oppure no. E nel caso fosse davvero un’idiozia, decido lucidamente se la voglio fare lo stesso oppure no – pronta a beccarmi le conseguenze.

Le idiozie fatte con tanto discernimento riescono meglio, te le godi di più.

Cinque, conta cinque sensati motivi per cui vuoi fare quello che vuoi fare e ti sei guadagnato il diritto di fare quello che vuoi fare. Se non altro perché ci hai pensato e non hai dato per scontato che tutto quello che c’era da sapere stava lì, ben evidente davanti ai tuoi occhi.

I nostri desideri nascondono verità che, spesso, non vogliamo vedere, ma nascondersi a noi stessi è controproducente e consegnarsi mollemente ai nostri desideri è un modo stupido di sperare nel raggiungimento della felicità.

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(155) Hop!

Fai un bel salto, hop!

L’ho fatto. Ci pensavo da tanto tanto tempo, non potevo farlo prima, proprio non potevo, ma a forza di pensarci m’era venuto il sospetto fosse una di quelle cose che mai potranno accadere.

L’ho fatto. Che non significa nulla a raccontarlo, i dettagli del salto sono irrilevanti, ma il salto nel concreto non lo è. Non per me.

Si fa presto a dire Hop! e uno s’immagina che sia questione di coraggio, questione di volontà, questione di… no, non sempre è così. Se il salto dipende solo da te, se puoi gestirtelo, allora è con te che devi fare i conti. Quando, invece, il salto lo vuoi fortemente, ma le condizioni te lo impediscono non puoi far altro che continuare a volerlo, fortemente, in apnea.

Non perdere il contatto con quel salto che desideri, rischieresti di perderti questo Hop! che prima o poi arriva. Primo o poi arriva.

E quando arriva… Hop!

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(102) Evidenza

L’intelligenza dovrebbe essere misurata anche calcolando la capacità di cogliere l’evidenza delle cose. Sembra banale, detto così, ma è l’evidenza dei fatti che noi troppo spesso evitiamo di prendere in considerazione. Come se fosse solo un dettaglio, come se non fosse rilevante ai fini della verità.

Evidenza. Elementare Watson.

Se la persona che ti sta di fronte si comporta come non dovrebbe, prima di giustificarla devi guardare ciò che è: l’evidenza delle cose. Da lì vai a ritroso e ripensa a tutto quanto e poi decidi se la bilancia pende da una parte o dall’altra.

Guardare le cose così come si mostrano è ciò che fa Sherlock Holmes. Parte da lì per recuperare tutto il resto e tirare le somme per arrivare al risultato finale.

Mi sconvolge rendermi conto di quante volte in passato io abbia volutamente, caparbiamente, superbamente, stupidamente sottovalutato l’evidenza. Partire per la tangente e arrampicarmi sugli specchi (perché sono specchi, ne sono certa, ma non ne voglio parlare ora) pur di non ritornare sui miei passi è stato il mio must per molti anni.

Stupidamente, superbamente, caparbiamente, volutamente.

Mi scoccia riconoscermi un’idiota, ma è meglio saperle certe cose. Come è meglio sapere che se pensi di farti beffa dell’evidenza, lei avrà l’ultima parola e ti seppellirà.

Anche se pensi di essere molto intelligente.

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(72) Assenza

La mia assenza prende sempre connotazioni piuttosto violente. E’ sempre un distacco senza vie di mezzo, è un recidere netto come se non dovessi più tornare. Poi ritorno, ovvio che ritorno a me stessa, ma solo perché devo, raramente perché voglio. Sono sempre più convinta che nel mio caso specifico il volere ha poca valenza, il dovere domina.

Dicono che non è una cosa buona, ma non è che uno si modella a seconda di cosa è bene e cosa è male come se fosse plastilina. Almeno, io non ci riesco.

Ritornando alla mia assenza, riportandola al piano fisico, il distacco significa mettere fuori gioco il corpo. Blocco del sistema. E’ irritante se hai molte cose da fare. Da fare, non che vuoi fare. Da fare.

Ritorniamo al concetto dovere-volere. Molto probabilmente la mia superconvinzione che il dovere in me domina mi sta inconsciamente stancando. Ecco spiegato il boicottaggio.

Non per dare ragione a chi ha in effetti ragione, ma forse la questione del potersi modellare come plastilina può funzionare anche per me. Dopo anni e anni e anni di incubazione, forse, la mia materia sta prendendo in considerazione che sostituire il dovere con il volere potrebbe essere la nuova dimensione in cui muovermi.

Eviterei stacchi violenti, seguendo questa logica. Certo, non è cosa sicura, ma di sicuro al momento c’è questa mia dinamica non proprio sana di amministrare lo stress emotivo che fa poco bene al mio corpo.

Sembro quasi intelligente quando mi faccio questi discorsi. Peccato che non servono a un tubo.

(sto ridendo)

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(32) Normalità

Non è che la normalità non mi piaccia, è solo che non la capisco. Non riesco a farmi un’idea chiara di cosa sia, pertanto la ignoro. Decido deliberatamente di ignorarla perché non la ritengo importante.

Negli anni mi sono fatta un’immagine di ciò che chi mi sta attorno ritiene essere la normalità: tutto e niente.

A seconda della persona con cui hai a che fare scopri che il concetto di normalità cambia. Dipende dal ceto sociale, dalle origini, dalla storia, dai preconcetti che ognuno ha e dentro di sé alimenta. Dipende da talmente tanti fattori (interni ed esterni) che il risultato è contradditorio e stordente.

Ignoro cosa sia la normalità.

Non la cerco, non la considero, non mi manca e non la voglio. Vorrei soltanto che il concetto di normalità degli altri non toccasse la mia sfera emotiva e fisica. Ho capito che sta a me difendere questo complesso incastro delle diverse parti di me con cui per forza di cose devo avere a che fare.

Non è che va tutto bene, no. Sta di fatto che non tutte le parti che formano Barbara sono state da Barbara selezionate e incorporate nel tutto. Alcune sono lì che manco me ne accorgo, altre si fanno presenti in momenti di tensione e urgenza, altre ancora sono sempre visibili e si mostrano senza pudore. La maggior parte di loro sono nascoste e intendono rimanere nascoste al mondo perché vogliono farsi i fatti loro.

Normale per me gestirmi in questo modo. Normale per me guardare gli altri gestirsi nel proprio modo.

Se di norma queste cose non le dico, ho fatto ora un’eccezione. Sia ben chiaro una volta per tutte che non mi curo della normalità, mi piace, però, tutto il resto. Tutto ciò che resta fuori e si gestisce liberamente senza ledere nessuno.

L’anormalità stessa è un’anormalità.

G. K. Chesterton

b__

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