(433) Elucubrare

E passano i giorni e io lì sempre presa in rimurgini e smacchinamenti babsiani che mi perdono per strada mille volte tanto da rendere il mio Iperuranio un posto ostile e minaccioso. Ancora giorni che passano e il ponderare e riflettere (che sono sinonimi, ma non nelle sfumature) e sistemarmi in ipotetici nuovi Iperurani soltanto per ammettere che non ci starei neppure troppo comoda e quindi è meglio stare dove sto. E ancora giorni (perché i giorni – se sei fortunato – non finiscono troppo in fretta) dove il pensiero diventa nenia e ti rende disgustoso anche il solo fatto che stai ancora impelagata nel fondale melmoso di quella palude che non sai neppure come ci sei finita lì dentro, ma ne cominci ad avere abbastanza perché manca l’aria. Eppure ci sono ancora giorni, e giorni, e giorni…

giorni…

giorni…

e poi ti stanchi. Decidi che ti dai una ripulita, spazzoli di qua e di là quell’Iperuranio che tutto sommato non è poi così malvagio e le cose cambiano. Vedi proprio che le cose cambiano. Non te lo stai immaginando, le cose cambiano sotto i tuoi occhi e non sei più abituata a quel movimento, ti gira la testa, hai la nausea, hai quasi voglia della palude – maledetta – ma sei troppo stanca per riprendere gli smacchinamenti tormentosi e ti guardi mentre implori una tregua.

Ti fermi a fare le coccole alla tua gattina che se ne frega dei dettagli perché sono comunque dettagli che non la riguardano e la osservi ammirata. Perché non ti assomiglio un po’ di più, Mei? Insegnami a non entrare nella palude se non per acchiappare una preda e scappare agile e soddisfatta. Dai.

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(311) Carousel

Girare in loop. Come si fa a fermare il loop? Non lo so. La nostra mente rimane ancorata a memorie ormai logore che ti urlano di farle morire in pace e tu niente. Le fai girare con te, come se avessero colpe da espiare, come se potessero a un certo punto cambiare tutto e cambiarti in meglio.

Mi mancano i mezzi, emotivamente parlando, per fermare la giostra. E, forse, credere che qualcuno la possa fermare è l’apice dell’assurdo a cui oso arrivare. Sono io a non voler scendere, lo so bene. Perché? Questo non lo so. Mi piacerebbe saperlo, ma non lo so.

Come se avessi pagato un biglietto e ancora non si fosse esaurito, ridicolmente giro e ridicolmente faccio girare nella testa tutto quello che si è già da tempo decomposto e che nemmeno riconosco più.

Ammiro questa follia, dopo tutto e nonostante tutto. E non va per niente bene, ma proprio per niente.

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(277) Effetto

Dimmi, che effetto ti fa? Me lo sto domandando da qualche giorno, perché non sono abituata a una situazione come questa. Quindi mi chiedo: che effetto ti fa? L’hai sognato e ora è qui, è quello che avevi immaginato?

Sorprendentemente, la risposta è: sì.

Esattamente così, è proprio questo che voglio per me nei prossimi trent’anni. Così mi voglio sentire, così voglio che sia la mia strada e sempre meglio, sempre meglio, sempre meglio. E non nascondo che il lavoro fatto negli ultimi vent’anni sia stato forsennato e disperato, che avevo paura fosse inutile, che pensavo a un certo punto di essere una povera deficiente e che…

L’effetto che mi fa ora è quello di un’enorme magnifica consapevolezza di senso. Non si tratta di urlare Eureka! o di adagiarsi sugli allori, no. Si tratta di fare sempre meglio, sempre meglio, sempre meglio. Ambizione sfrenata? Forse. Ma, lo ammetto, la curiosità vince su tutto: chissà come sarà quando sarà meglio di così!

Testa bassa e di nuovo al lavoro.

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(157) Motivare

Secondo me la migliore motivazione del mondo può partire solo dal sogno. Se curi con tutte le tue energie il tuo sogno più caro la spinta di cui beneficerai ti può fare arrivare fino alle stelle.

Mi sono sempre domandata perché a un certo punto, durante l’adolescenza, ti viene ripetuto a martello di smettere di stare sempre con la testa tra le nuvole. Smettila di sognare a occhi aperti!

Perché? Che fastidio ti do se me ne sto per i cavoli miei a pensare a qualcosa che mi fa stare bene? Perché ti rode tanto che io possa avere pensieri che mi fanno sorridere, che mi fanno venire voglia di volare?

E ti chiedo, esserino triste e frustrato: se non le sogni le cose, come puoi sperare di realizzarle?

Diffido di chi ha smesso da troppo tempo di sognare, diventa pericoloso, è come una pentola a pressione senza valvola di sfogo capace di scoppiare da un momento all’altro. Quando smetti di sognare covi rabbia, rabbia contro il mondo intero che ti ha rubato i sogni.

Nessuno può rubarti i sogni, sei tu che ti sei arreso e hai iniziato a pensare che i sogni fossero solo una perdita di tempo. Fai mea culpa e ricomincia daccapo. Reinventati bambino, impara di nuovo a vagare tra le nuvole e impegnati in qualcosa che puoi fare a costo zero e senza sforzo fisico: sogna.

Vedrai che è da lì che ricomincerai a riappropriarti della voglia di vivere.

Sogna!

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(128) Nuvole

Avere sempre la testa tra le nuvole sembra essere la mia prerogativa. L’ho dedotto dal fatto che l’89% delle persone che mi conoscono da tanti anni hanno quest’idea di me: vago senza concludere granché.

Se poi dovessi, per caso, tirare fuori dal cassetto il lavoro di questi miei anni, oppure attaccarmi al web per mostrare loro le briciole di pane che ho lasciato sulla strada percorsa, sicuramente verrebbero presi da stupore letale.

Prima o poi lo farò, anni e anni e anni per cucinarmi ‘sto piatto di soddisfazione: vendeeeeeeeeeeeeetta vendeeeeeeeeeeeeeeeeeetta vendeeeeeeeeeeetta!

Ritorno seria (o quasi): il fatto che io sia una a cui le idee non mancano, fa supporre che io non possa essere in grado di renderle concrete… sono troppe. Non è così, ho idee in abbondanza, scarto quelle irrealizzabili o irrimediabilmente stupide e mi concentro su ciò che che resta. Credo di averlo già scritto proprio qui sul diario. Tant’è che ‘st’aurea di vaghezza che mi porto appresso mi rende quel tipo di persona che non concluderà mai niente di buono nella vita (a detta di molti).

In effetti, la mia vita non è segnata da tappe da ritenersi socialmente valide (marito, figli e via di questo passo), ma da cose buone che non vogliono essere catalogate semplicemente perché non ne hanno bisogno.

La mia testa viaggia tra una nuvola e l’altra, può darsi, ma la mia realtà è bella densa e non serve che qualcuno se ne accorga, basta che io lo sappia, così da non farmi convincere da nessuno che non combinerò mai niente di buono nella vita.

La mia vita è già piena di buono così com’è, anche se dovesse finire proprio ora.

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(127) Decidere

Ci vuole tempo per decidere. Non è che soltanto perché la tua testa ha capito, lo ha capito anche il tuo cuore. Potresti non essere ancora pronto per prendere quella decisione che ti cambierà la vita.

Quando ho preso la decisione che mi ha cambiato la vita sapevo lo avrebbe fatto, ma non in che modo. Il modo può fare la differenza. A meno che tu non abbia la chiaroveggenza ti devi fidare. Di chi? Di te, della vita e della decisione che stai prendendo.

Conviene prendere le decisioni importanti con calma, a stomaco piatto, senza marosi e senza scosse. Così puoi immaginare nei dettagli il moto che avverrà in te e se ti immergi in quel silenzio sentirai ciò che devi sentire.

Ecco, quando vivrai quel momento fidati. Da lì parti e lì ritornerai: stomaco piatto, senza marosi e senza scosse, con un sorriso.

Molto probabilmente avrai attraversato l’inferno più volte (andata e ritorno – andata e ritorno – andata e ritorno… ), ma avrai vinto tu. Forse stropicciato in tutta la tua sostanza, ma ben saldo in te stesso.

Decidere sembra la parte più difficile, infatti lo è.

Dal momento in cui decidi non ti fermi più, vai vai vai a testa bassa e ti prendi tutto quello che ti devi prendere. Hai deciso che quella era la strada, ignorando ciò che ti attendeva (anche se una minima intuizioni l’hai pur avuta altrimenti avresti deciso prima o deciso altrimenti), ma sentivi che volevi e dovevi provarci.

Decidere sembra la parte più difficile, ma anche resistere finché non sei arrivato a destinazione non scherza mica.

A stomaco piatto, solo a stomaco piatto puoi valutare se il tuo decidere sia stato alla fine vincente. E nel silenzio la risposta sarà sempre e soltanto una.

Sì.

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(119) Misura

Ognuno di noi ha le sue misure. Nelle mie misure ci sto dentro bene (sono una misura piuttosto comoda, ahimé), ma anche se c’è posto per molte cose, non per tutto.

E non dico che faccio bene, dico solo che è così.

Ognuno di noi dovrebbe essere ben conscio della propria misura, diventa brutto adeguarsi alla misura degli altri e si rischia di rimanere schiacciati o di essere sbattuti a destra e a manca rompendoci la testa.

La misura è colma. Se lo si afferma, è vero. Non lo si dice tanto per dire, questa è una frase che ha una certa portata. Se la si fa seguire a un punto è irreversibile. Con un punto esclamativo (La misura è colma!) è liberatorio. Con una virgola (La misura è colma, ) si suppone ci sia spazio per una motivazione, con i due punti (La misura è colma: ) si calca un po’ la mano, con i puntini di sospensione (La misura è colma… ) si anticipa il disastro.

Sto divagando. Volevo soltanto far presente che ognuno di noi ha il dovere di badare alla sua misura e che quando è colma ha il diritto di farcelo notare.

Con la punteggiatura che più gli/le piace.

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(6) Bellezza

Vedere concretizzarsi il frutto del tuo lavoro, questa è la Bellezza che preferisco. Il realizzare nel concreto dà torto a chi mi ripeteva che stavo solo perdendo tempo. Dentro di me lo sapevo che non era così, che stavo crescendo, stavo imparando, mi stavo ubriacando di Bellezza, ma come convincere anche gli altri?

Forse la mossa astuta è stata proprio quella di smettere di convincere gli altri a parole e impormi di rendere quello a cui stavo lavorando semplicemente concreto. Puoi leggere il mio blog o il mio romanzo o i miei racconti. Puoi partecipare al mio laboratorio, ascoltare un mio programma radiofonico o assistere a un mio reading, addirittura a un mio spettacolo… puoi.

L’aria fritta di cui mi nutro alla fine si condensa. Sempre.

Se non succede (quando lascio una storia a metà o non la inizio neppure, quando per qualche motivo s’inceppa qualcosa e non posso portare a termine il lavoro che mi ero prefissata di compiere), quando non succede mi sembra di aver perso tempo.

Che poi non è vero, io non perdo mai tempo: io lo impiego. Come pare a me. Con un piede radicato a terra e un altro che salta sulle nuvole. In mezzo la testa, ma quella… quella a volte serve, altre volte no.

b__

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(4) Temperatura

Avere i vuoti in testa sta diventando un’abitudine, non mi piace ma non ci posso fare niente. Qualche giorno fa parlando con un’amica che non vedo da molto tempo, alla domanda “Come stai?” ho risposto “Incasinatissima!” e lei ha riso commentando: “Lo sei sempre stata, fai milioni di cose contemporaneamente da una vita e non ti sei ancora abituata?”.

Eh! No.

In effetti, quello che io chiamo “vuoto in testa” è, invece, “testa troppo piena”. Tanto piena da darmi le vertigini. Non so ancora come sistemarla questa cosa dentro di me, ci devo pensare. Ragionare per “vuoti” e “pieni” può aiutarmi a mitigare la temperatura interna e rendere meno pesante quella esterna.

Non pretendo costanza a tempo indeterminato, ma una certa presenza sì.

Spero che la febbre mi passi, domani devo fare mille cose.

b__

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