(430) Metodo

Ci vuole metodo per far avanzare le cose. Significa avere un piano, significa costanza, significa fede in quello che stai facendo. Non sono cose che si inventano dal nulla, bisogna che tu ci metta del tuo e che impari a non farti abbattere dalle avversità.

L’arte della sopravvivenza – insita in noi in quanto Esseri Umani – prende il sopravvento quando sembra che le risorse ci manchino. Arriva lei e ci fa intravedere una strada – sterrata, ovviamente, sia mai che non si riveli troppo facile percorrerla – che se disponiamo di una sufficiente dose di coraggio e magari anche sangue freddo potrebbe insegnarci il metodo che fino a quel momento ci è mancato per attraversarla e arrivare chissà dove.

Non significa che il divertimento ti sia precluso, ma ammetto che la questione del metodo non funziona quando si tratta di divertirsi. Puoi bere e strafarti con metodo, è vero, ma se lo chiami divertimento hai un po’ frainteso il senso di tutto (secondo me).

Avere un metodo non significa che tu lo possa adottare da qualcun altro, non funziona. Devi creartene uno tuo, personalizzato, altrimenti è più la fatica che fai a seguirlo che quella impiegata per fare qualche passo avanti. E qui casca l’asino.

Crearsi un metodo è questione di calcolo (tensione che sei disposto ad affrontare, tempo ed energia che vuoi impiegare, focalizzazione dei tuoi limiti e delle tue potenzialità, analisi dei mezzi che hai a disposizione e via di questo passo) e se i calcoli non li sai fare devi imparare a farli perché altrimenti il fare-le-cose-come-capita (a meno che tu non sia fornito di quintali di fortuna sconsiderata) non ti porterà da nessuna parte se non a fare un bel giro-giro-tondo.

Sperimentato sulla mia pelle. Tutto il resto è storia.

 

Share
PDF24    Invia l'articolo in formato PDF   

(416) Prima

Prima c’è la concentrazione e la rimozione del dubbio. Non può che andare bene, andrà bene. Perché il dubbio quando devi agire ti dimezza la forza. Non puoi agire debolmente, devi farlo con energia, il doppio di quella che sarebbe sufficiente per farti arrivare alla meta. E potrebbe volerci un bel po’. Più la situazione è complicata e più i dubbi proliferano. In questo caso, nel mio caso, quello di questi giorni pre-spettacolo non è stato così difficile perché non era il debutto perciò dubbi pochi.

Poi c’è l’attenzione, che deve essere totale per evitarti errori fatali. Non basta andare con la corrente, devi metterci il tuo e di solito costa fatica. Tanta fatica. Più sei sicuro che questa fase di preparazione sia stata da te seguita e curata e più affronterai il momento fatidico con sicurezza.

Il prima non è mai un frizzare di gioia e entusiasmo, piuttosto un meticoloso affaccendarsi affinché tutto quello che si può controllare sia in controllo. Testa bassa e lavoro duro.

Il prima è fatica e stanchezza. Ti domandi prima di addormentarti – che è più che altro un cadere in coma  fino al mattino – se quello che stai facendo ne valga la pena. Te lo domandi, ma non ti rispondi. I dubbi li hai già liquidati durante la fase 1 e indietro non si torna ( “… neanche per prendere la rincorsa” diceva Pazienza ne Le straordinarie avventure di Penthotal).

Il prima è imparare a gestire la tensione e la tua capacità di relazionarti con chi ti sta accanto è fondamentale per non ritrovarti dopo nei guai (meritatamente).

Il prima è emozione, quel chissà come andrà non è mai archiviato davvero. Ti dai sempre – cautamente – una percentuale onorevole di errore, tipo il 20%, ma menti spudoratamente se pensi che poi potresti perdonartelo.

Il prima è contare i secondi e fare un bel respiro e affidarsi a quel che sarà.

C’è sempre un prima in ogni cosa, ho imparato a godermelo e ancora non me ne sono pentita.

Share
www.pdf24.org    Invia l'articolo in formato PDF   

(142) Nodi

Dieci anni fa scrissi un romanzo dedicato ai nodi: a come si fanno e a come si sciolgono. Se si sciolgono.

Avevo ben chiaro come si fanno, essendone io piena zeppa, e anche a come si sciolgono – avendone sciolti parecchi, ma una cosa che mi accorgo solo ora di non avere degnamente messo in scena è il sollievo.

Quando un nodo rilascia la corda, questa, se il nodo è di antica data, non ritorna come prima, ne porta i segni in modo evidente. La fibra della corda stressata dalla tensione non naturale per lei, non potrebbe far finta di nulla. Mi chiedo se sia normale sentire il dolore appena il sollievo si fa spazio, appena dopo la liberazione.

Stretto con il nodo, oltre la fibra, c’è anche un carico emotivo a cui viene imposto di rimanere lì immobile e silente. Una volta liberatosi dall’imposizione come si comporta? Rimane inebetito, lì ancora immobile e silente, ma privo del nodo su cui aveva imparato ad appoggiarsi, tutto ritorto e quasi senza equilibrio.

Dovrei parlare di questo in un nuovo romanzo. Perché ora lo conosco, ora so com’è.

Share
PDF24    Invia l'articolo in formato PDF   

(31) Distanze

Le distanze, per come le sento io, non sono mai precise. Sarà perché sono astigmatica e il velo nebbioso rende tutto irreale. Difatti sto meglio quando guardo senza occhiali, mi rende le cose più facili.

A volte allungo la mano e sbatto contro qualcosa che si ritrae. Ho imparato a controllare l’istinto di farlo, mi è insopportabile il ritrarsi delle cose e delle persone. Non lo so, forse ha a che fare con il rifiuto.

Eppure io rifiuto.

Tengo la distanza che mi permette movimento perché sono lenta a ritrarmi e finisco sempre col tardare di un secondo in più e cado nella ragnatela. No, stavolta non è paranoia: è esperienza.

Vorrei ci fosse una via di mezzo possibile, per me, per la mia delicata percezione delle cose che nascondo per non farla pesare a nessuno. Vorrei essere vicino e lontano in contemporanea. Costantemente. Mi riesce solo a volte, quando sono troppo in tensione, quando ho paura.

Ora mi tolgo gli occhiali e rileggerò queste righe. Mi sembreranno migliori.

b__

Share
it.pdf24.org    Invia l'articolo in formato PDF