(373) Mentore

La fortuna più grande è poter incontrare sulla tua strada un Maestro. Siamo d’accordo, chiunque incontri ti può insegnare qualcosa, ma la Visione di un Maestro può salvarti la vita.

A me è successo.

Forse è successo perché lo desideravo più di ogni altra cosa al mondo, avevo bisogno di una luce che mi facesse indovinare un sentiero, un luogo aperto e sconfinato dove il vento ti si oppone solo quel tanto che serve per testare la tua capacità di essere – nonostante – e resistere – nonostante. Forse è successo perché c’era una sorta di consapevolezza in qualche cellula urlante del mio corpo che non mi faceva stare in pace. Forse è successo perché da sola non avrei potuto fare ed era scritto che l’avrei trovato e che avrei saputo riconoscerlo e seguirlo e magari raggiungerlo, anche solo per un sorriso e un grazie.

Il fatto è che da quell’incontro ho iniziato a mutare forma interiore e si sono fatti vivi bisogni che pensavo fossero solo bizzarri e ridicoli fastidi. Non lo erano. E non so se ringraziare o maledire il mio DNA, perché non è ancora finita.

La cosa certa è che quando incontri un Maestro e te lo sai dichiarare, quando lo sai far fermare e lo sai ascoltare e poi lui prosegue – senza di te – sei meno fragile anche se sei la stessa. Vale la pena patire, per ogni grano di conoscenza che raccogli.

Non ho mai abbandonato il mio Maestro, lo seguo senza occhi e senza passi, lo sento senza bisogno della sua voce. Eppure, quando ritorna presente e i suoi pensieri mi si poggiano davanti come gradini da salire, non ho mai dubbi, mai ripensamenti, mai scollamenti. Lui rimane il mio Maestro, io rimango grata debitrice. Non solo di una vita, ma di tutte quelle che a me sono state destinate. Ovunque, in ogni tempo.

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(371) Giornale

Non leggo i giornali. Non leggo i giornali dove le idee politiche dell’editore, e quindi dei giornalisti, mi storpiano i fatti per loro comodità e tornaconto personale. In questi ultimi anni di internet forsennato riesco a barcamenarmi meglio e mi illudo di avere una visione dei fatti variegata. Non “meno di parte”, ma almeno diversificata. Significa che alla fine della giornata le stronzate vengono asciugate via e i fatti restano. Quasi sempre.

Un processo che sto ancora studiando, ma che ha la sua logica ferrea e forse la fisica potrebbe avvalorare la mia strampalata tesi. Le stronzate non hanno radici, i fatti sì. Il vento a cui mi oppongo, fatto da miliardi di stronzate che dal web mi investono in modalità random, mi lascia rimasugli di notizie appiccicate ai neuroni. A fine giornata ripulisco tutto e tra i brandelli scorgo qualcosa che assomiglia a un fatto accaduto.

La cosa è più faticosa di quel che si possa pensare, infatti a fine settimana chiudo porte e finestre e mi barrico dentro di me perché le orecchie mi fischiano e le ossa scricchiolano. Il vento è vitale, ma abusarne può rivelarsi fatale.

Leggere il giornale è un gesto che non mi appartiene, trovo molta più verità in un romanzo che in un articolo a tre colonne. Ci sono penne felici su cui mi soffermo, ma senza quel senso di devozione che ha accompagnato le precedenti generazioni – padri/madri, nonni/nonne. Dovrei sentirmi in colpa? Boh, so che mi ci sento un po’ – virtualmente parlando – ma appena finisco di leggere l’articolo di turno e mi rendo conto che mi ha rubato tempo, attenzione e buonumore, mi passa subito.

Pulitzer è stato la luce nel tunnel, poi il tunnel si è rivoltolato su se stesso e tutto ha perso di valore. Scribacchini della malora!

 

 

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(260) Vulnerabilità

Mi sono sempre impedita di colpire un punto vulnerabile del mio avversario. Forse perché non mi sono mai misurata con nessuno che volessi definitivamente far fuori, ma ho ricevuto parecchi colpi quasi-letali a cui sono sopravvissuta (certo) e che mi hanno fatto capire che dall’altra parte la voglia di farmi fuori c’era eccome.

Lo dico davvero: credo fermamente che quando ci si trova faccia a faccia con un antagonista esiste il lecito e il non-più-lecito. Qualcosa che assomiglia al fair play, ma che è ancora più profondo. Più sacro.

Quando il tempo ha fatto il suo lavoro e la ferita quasi letale si è cicatrizzata, ogni tanto il ricordo si affievolisce, diventa meno duro. Di solito. Eppure, mi risulta impossibile offrire una seconda possibilità. Mancherò di spirito cristiano (ma non è mai stato un mio cruccio dimostrarmi o meno cristiana), ma dare a chiunque la possibilità di colpirmi per la seconda volta – considerato che il mio punto debole si è rivelato – mi sembra una dichiarazione di imbecillità. Un suicidio.

Ecco, preferisco andare cauta. Grazie.

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(219) Ozio

Ci ho provato, non ci riesco. Anche quando non sto facendo niente sto facendo un sacco di cose – tutte nella mia testa eppure concretissime. Sempre stata così, fin da piccola, nessuno mi ha mai sentito lamentare riguardo al non sapere cosa fare del mio tempo.

Il saper oziare credo sia un’arte. Voglio dire che se lo sai fare bene arrivi all’essenza della vita. Quello che l’uomo primitivo provava tra un pasto e l’altro, immagino. Ecco, provo invidia.

Dopo tre minuti che non sto facendo niente mi sale un tormento che non so neppure descrivere. Come se quel tempo fosse uno sputare in faccia al tempo che mi mancherà il giorno dopo. No, non so neppure come spiegarlo, è un sentimento orribile.

L’ozio è il padre dei vizi, io mi sento orfana.

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(203) Naturale

Quello che è da noi riconosciuto come naturale, molto probabilmente non lo è. Molto probabilmente lo abbiamo acquisito, consapevolmente o inconsapevolmente, da qualcuno e neppure lo sappiamo. Questione genetica o educativa, spesso entrambe le cose e molte altre variazioni sul tema. Spaventoso.

Come posso affermare che io sono così perché così sono fatta e non perché così sono diventata, perché così le cose, le persone, la vita mi hanno modellata?

Naturalmente questo ragionamento puramente speculativo diventa ridicolo di fronte all’urgenza delle cose reali, ma ogni tanto il pensiero trapassa come una freccia gli strati pesanti che ci separano dal cosmo e lì si libera strattonandoci i neuroni e tutto il resto.

Naturale che io sia qui a scrivere, forse perché l’ho sempre fatto? In quale realtà? In che tempo? Quale me ha già percorso lo stesso tratto?

Ecco perché lavoro sempre, perchè quando mi fermo rischio di perdermi e poi son cavoli amari per tutte le me in circolazione, in ogni strato astrale, di qualsiasi tempo e in qualsiasi luogo. Una disfatta, insomma.

 

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(139) Fatalismo

Non sono una che accetta le cose perché così devono essere, lo ammetto. Molto di quello che ora posso considerare come mio è il frutto di questa predisposizione al non considerare gli ostacoli come stop, ma come un test per vedere se quello che voglio lo voglio davvero [forse mi sono arrotolata un po’ con ‘sta frase, ma non ho voglia di srotolarla ora, andiamo avanti].

Detto questo, però, sto valutando proprio ora una sorta di mutazione parziale della mia suddetta predisposizione, solo per darmi un po’ di pace. Seguendo ciò che negli anni la vita ha cercato di insegnarmi e io spesso ho fatto finta di non imparare – ma poi con l’età ho ceduto all’evidenza dei fatti – posso anche permettermi un leggero cambiamento per vedere che effetto che fa.

Dichiaro qui, in questo luogo che mi è caro, che d’ora in avanti adotterò in alcune occasioni (scelte con cura) un atteggiamento vagamente fatalista. Mi affiderò a ciò che il Destino avrà in serbo per me, senza approcciare ogni cosa che non mi piace come fosse un affronto personale. Beninteso, l’istinto ce l’avrò sempre. Beninteso, la predisposizione una  non è che se la mette in tasca e via. Eppure, so che ce la posso fare, che posso abbandonarmi a una certa minima dose di fatalismo in questo momento della mia vita senza morirne per soffocamento o schiacciamento.

Morirò per altra causa.

Sto parlando di cose piccole, sto parlando di quelle cose che anche se le lasci andare come devono andare non ti fanno finire male. Ok, mi faccio una lista e vediamo da cosa cominciare. D’altro canto, con l’avanzare degli anni le forze devi imparare a calibrarle meglio.

Per morire c’è sempre tempo.

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(138) Imparare

Non c’è niente da fare: i migliori periodi della mia vita sono tutti legati al mio imparare. Si muove il cervello, sei in perenne stato di allerta, recepisci velocemente e velocemente cerchi di processare il tutto per non cadere in errrore.

Se fossi stata motivata in questo modo a scuola sarei diventata una super studentessa. E sarei ora, molto probabilmente, una persona migliore. Ho perso troppo tempo ignorando la potenza del saper imparare.

In questi giorni entro in classe, guardo quei ragazzi che potrebbero essere me a quell’età e provo una pena infinita per il tempo che stanno consumando in un luogo che sentono ostile, un ambiente che non li sa motivare come avrebbero bisogno.

Imparare è la salvezza per ogni anima affamata. Perché non glielo diciamo a questi ragazzi?

Ok, domani glielo dico.

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(128) Nuvole

Avere sempre la testa tra le nuvole sembra essere la mia prerogativa. L’ho dedotto dal fatto che l’89% delle persone che mi conoscono da tanti anni hanno quest’idea di me: vago senza concludere granché.

Se poi dovessi, per caso, tirare fuori dal cassetto il lavoro di questi miei anni, oppure attaccarmi al web per mostrare loro le briciole di pane che ho lasciato sulla strada percorsa, sicuramente verrebbero presi da stupore letale.

Prima o poi lo farò, anni e anni e anni per cucinarmi ‘sto piatto di soddisfazione: vendeeeeeeeeeeeeetta vendeeeeeeeeeeeeeeeeeetta vendeeeeeeeeeeetta!

Ritorno seria (o quasi): il fatto che io sia una a cui le idee non mancano, fa supporre che io non possa essere in grado di renderle concrete… sono troppe. Non è così, ho idee in abbondanza, scarto quelle irrealizzabili o irrimediabilmente stupide e mi concentro su ciò che che resta. Credo di averlo già scritto proprio qui sul diario. Tant’è che ‘st’aurea di vaghezza che mi porto appresso mi rende quel tipo di persona che non concluderà mai niente di buono nella vita (a detta di molti).

In effetti, la mia vita non è segnata da tappe da ritenersi socialmente valide (marito, figli e via di questo passo), ma da cose buone che non vogliono essere catalogate semplicemente perché non ne hanno bisogno.

La mia testa viaggia tra una nuvola e l’altra, può darsi, ma la mia realtà è bella densa e non serve che qualcuno se ne accorga, basta che io lo sappia, così da non farmi convincere da nessuno che non combinerò mai niente di buono nella vita.

La mia vita è già piena di buono così com’è, anche se dovesse finire proprio ora.

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(127) Decidere

Ci vuole tempo per decidere. Non è che soltanto perché la tua testa ha capito, lo ha capito anche il tuo cuore. Potresti non essere ancora pronto per prendere quella decisione che ti cambierà la vita.

Quando ho preso la decisione che mi ha cambiato la vita sapevo lo avrebbe fatto, ma non in che modo. Il modo può fare la differenza. A meno che tu non abbia la chiaroveggenza ti devi fidare. Di chi? Di te, della vita e della decisione che stai prendendo.

Conviene prendere le decisioni importanti con calma, a stomaco piatto, senza marosi e senza scosse. Così puoi immaginare nei dettagli il moto che avverrà in te e se ti immergi in quel silenzio sentirai ciò che devi sentire.

Ecco, quando vivrai quel momento fidati. Da lì parti e lì ritornerai: stomaco piatto, senza marosi e senza scosse, con un sorriso.

Molto probabilmente avrai attraversato l’inferno più volte (andata e ritorno – andata e ritorno – andata e ritorno… ), ma avrai vinto tu. Forse stropicciato in tutta la tua sostanza, ma ben saldo in te stesso.

Decidere sembra la parte più difficile, infatti lo è.

Dal momento in cui decidi non ti fermi più, vai vai vai a testa bassa e ti prendi tutto quello che ti devi prendere. Hai deciso che quella era la strada, ignorando ciò che ti attendeva (anche se una minima intuizioni l’hai pur avuta altrimenti avresti deciso prima o deciso altrimenti), ma sentivi che volevi e dovevi provarci.

Decidere sembra la parte più difficile, ma anche resistere finché non sei arrivato a destinazione non scherza mica.

A stomaco piatto, solo a stomaco piatto puoi valutare se il tuo decidere sia stato alla fine vincente. E nel silenzio la risposta sarà sempre e soltanto una.

Sì.

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(57) Tasti

Avessimo davanti a noi la tastiera di un pianoforte sarebbe più facile: bianchi e neri. Distanziati con un certo criterio che rimane invariato benché tu possa usare i tasti come più ti garba. Decidi tu la melodia, decidi tu il ritmo, decidi tu il tempo.

Trovare i tasti della mia vita mi comporta un sacco di energia spesa, ancora non so se bene o male perché ancora non so se i tasti che mi sembra di aver trovato siano reali o solo il frutto della mia bizzarra immaginazione.

A volte è davvero tutto così confuso che mi verrebbe voglia di spaccare questo pianoforte del diavolo, ma poi, a un certo punto, quando mi calmo e mi siedo davanti alla mia tastiera… toh! Ecco comparire i bianchi e i neri!

Allora mi concentro su quello che c’è, su quello che posso fare, a volte addirittura su quello che voglio fare e viene ancora meglio.

Sì, la musica che racconta il mio voglio è davvero potente. L’ho vista abbattere muri di ostracismo ostinato quanto insulso, l’ho vista rimbalzare tra i giudizi velenosi e le piccole miserie, l’ho vista trasformare le mie relative virtù in qualcosa di bello da offrire a chi mi sta accanto.

Il mio desiderio più grande di bambina era imparare a suonare il pianoforte. Tutta quella magia solo a sfiorare i bianchi e i neri… no, non ho mai potuto prendere lezioni e non ho mai imparato.

Eppure, proprio ora, sto qui davanti al mio pianoforte e sto suonando la musica che voglio io.

Tasto dopo tasto, con una melodia, un tempo, un ritmo, un tono, un colore.

Che magia!

b__

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(49) Costruire

Mi piace costruire, mi piace creare, mi piace vedere che quello che ho pensato poi sa stare su da solo. L’idea del costruire regge perché la penso come una cosa definitiva. Tutto quello che riesco a far stare su deve restare su per sempre.

Convinzione ingenua, lo ammetto, addirittura patetica. Lo so.

Ogni tanto mi scosto un po’ dalla mia posizione supponente e mi rendo conto che per fortuna  non  è così: quello che ho creato lo posso pure distruggere. Oddio, la parola distruzione non mi piace, ma se una cosa prima c’è e poi tu la annulli è comunque distruzione, anche se gli trovi un nome meno catastrofico.

Ecco, sono a questo punto qui: sto per distruggere qualcosa che ho creato e che ormai non ha più ragione per stare in piedi. Sento che è addirittura la mia creatura che me lo sta chiedendo, eppure mi sento a disagio nel portare a compimento il gesto di per sé drammatico.

No, non morirà nessuno. Ovvio.

Si chiude, semplicemente, un periodo che è stato lungo e denso di cose belle e brutte (ma quale periodo non lo è?). La dinamica è e sarà semplice: chiudo con un inchino e mi do ad altro. Pacifico che succederà, già mi sto dando ad altro ed è per questo che la creatura ormai non “serve” più.

Forse il verbo “servire” svilisce le cose, ma nella mia intenzione ha ben altra portata: ogni cosa che ora esiste nella nostra vita ha uno scopo e qualunque sia lo scopo va bene così. Quella cosa ci permette di traghettare la nostra anima da una sponda all’altra e credo che questo modo di servirci sia un dono che ci viene offerto e che faremo bene ad accogliere e usare al meglio.

Ringraziare questa mia creatura per il servigio che mi ha offerto è l’unico modo con cui mi posso permettere di distruggerla. Non è indolore neppure per me, se devo dirla tutta, ma è necessario. Un passo oltre tenendomi caro quello che è stato, ma senza più esserne legata da obbligo.

Va bene. Si procede.

Grazie. Di cuore, grazie.

b__

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(37) Istante

Quell’istante prima che le dita inizino a galoppare sulla tastiera: il vuoto. Avevi in testa tutto per bene e poi ti metti lì in posizione e… niente.

Se fossi meno vissuta dagli eventi della vita penserei che non fa per me. Dovrebbe venirmi naturale no? Diamine lo faccio da troppo tempo per avere questi blackout neuronali!

No, non è così. L’istante prima della scrittura per me è vuoto. Solo respiri e attesa. Se tutto va bene, un nanosecondo dopo la galoppata inizia. Se va male, distraggo la mente con qualsiasi cosa di stupido mi passi davanti (o mi rimbambisco con BubbleShooter) e quando sono esausta da tutta quella stupidità mi rimetto in posizione e via.

Non credo funzioni così per tutti, per me sì.

Il punto è che cavalcare il tempo della scrittura pensando che tu sia il cavaliere è ingenuo. Tu sei il cavallo e il cavaliere-tempo tiene le redini. Se ti ordina di andare ti muovi, se ti ordina di fermarti tu resti lì.  Il cavaliere-tempo è un meccanismo delicato che a sua volta viene governato dall’energia sottile che soffia come un vento tiepido. Con vento contro il cavaliere-tempo si ferma, con vento a favore il cavaliere-tempo va. Se si ferma tu ti fermi, se va tu vai.

Credo che il cavallo sia un animale superbo, ma che spesso dà di matto perché viene preso da paura o fregola. La sua potenza può ritorcerglisi contro.

Quando, però, è al galoppo… che spettacolo!

b__

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(34) Goccia

Quand’ero bambina sentii, in un discorso da adulti che non capivo, questa frase:

(…) la goccia che scava la roccia (…)

Non feci fatica a immaginarmi la scena, la riportai all’acqua sotterranea che sgocciola e schiocca facendo piccoli echi misteriosi dentro a una caverna quasi buia. Non ricordo dove quell’immagine l’avessi catturata, forse da una delle fiabe del mio libro preferito. Non lo so.

Questa goccia è rimasta con me per quarant’anni. Ha scavato la mia roccia interna creando degli stravaganti percorsi emotivi di cui a volte perdo le tracce. La Bellezza del lavoro di erosione è qui davanti ai miei occhi e non m’importa di considerare com’era prima che la goccia perpetua cadesse (e ancora cade).

In certi punti non riesco neppure più a ricostruire le fattezze della roccia originaria, tutta levigata e rotonda com’è adesso.

Alzando lo sguardo lo scenario mi affascina.

Colgo il gocciolìo nel mio orecchio interno e mi accorgo che lo posso trasformare in base ritmica sulla quale scrivere la melodia che più mi ispira in questo momento, nel punto preciso in cui mi trovo.

Le gocce sono tante e non smettono di cadere dentro di me lisciando con pazienza gli spuntoni e le crepe della mia roccia, trasformandomi davanti ai miei stessi occhi, ma lentamente. Con costanza, ma lentamente.

Mi reputo fortunata, fossi fatta di acciaio o di vetro non avrei ottenuto lo stesso risultato.

b__

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(3) Tempi

Una lotta contro il tempo: come se non fosse abbastanza, come se non me ne fosse rimasto che una goccia. Vorrei per un po’ abbandonare questa maledetta morsa ossessiva e vivermi il tempo per quello che è: semplicemente fugace.*

E mi sono stupita che siano trascorsi soltanto due mesi dall’ordine del libro che oggi il corriere è riuscito a consegnarmi. In realtà, se non fossi io e se non fossi abituata al dilatarsi del tempo che fugge comunque, mi sarebbe passata la voglia di leggerlo.

Sono certa che la mia predisposizione a volarmene via con la testa mi abbia permesso di arrivare fin qui senza perdermi in modo definitivo. Potrei sbagliarmi, vero, ma crederci mi aiuta a sperare che questa mia testa che vola via non sia da cambiare, ma da usare come salvagente in ogni circostanza, per ogni evenienza.

L’effetto collaterale dell’atterraggio rimane, però, ancora un dettaglio da sistemare. Lassù si sta meglio.

b__

* fugace agg. [dal lat. fugaxacis, der. di fugĕre «fuggire»]. – 1. letter. Che fugge o è solito fuggire. 2. fig. Di cosa che ha breve durata, che termina o scompare presto: tempo, età, giovinezza fugace.

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