(497) Oro

Mantenere la tua posizione quando senti che è giusta, vale oro. Fare un passo indietro quando ti accorgi che ti sei sbagliato, vale oro. 

Guardare negli occhi chi ti sta di fronte mentre affermi il tuo essere libero, vale oro. Fermarti e riconoscere che stai abusando della tua libertà per mortificare quella di chi ti sta di fronte, vale oro.

Ma quale oro? Non quello che si gratta dalle viscere della Terra, quello vale poco, non quanto le vite di chi consuma i suoi giorni affondato laggiù. L’oro è quel filo che ci percorre dai piedi alla testa e che ci tiene su, ci sorregge. Non si mescola al sangue, non lo puoi confondere con nient’altro. Lo vedi brillare in superficie in un bimbo che sbatte i pugnetti sul pavimento quando piomba giù al suo primo passo. Una bella culata, parata dal pannolone, non fa altro che rinvigorire il bagliore. Tempo due secondi ed è in piedi, quel nuovo tentativo non vale oro, è oro.

Mi sconvolge vedere che qualcuno lo ignora, che c’è chi non prende in considerazione quel filo d’oro che lo attraversa. Mi chiedo il perché. Forse non lo vede? Forse lo vuole negare? Forse pensa di averlo perso?

Se sto su, se sono in piedi, è per quel filo d’oro che sorregge ogni osso del mio corpo. Quel filo è sottile, sta facendo una fatica della miseria, ma ancora non si spezza. Sono sbalordita dalla sua forza. Riconoscerla ora, con la stanchezza che è sparsa ovunque, vale oro. Questa volta il mio.

Share
it.pdf24.org    Invia l'articolo in formato PDF   

(370) Nero

Adoro il nero. Lo porto addosso sempre. Capelli, abiti, scarpe, a volte anche sulle unghie. Morticia Addams (quella di Carolyn Jones, ovviamente) è l’icona che mi affascina da una vita. Venivo spesso presa in giro per questa fissa del dark da ragazza, me ne sono sempre fregata. Ovviamente, anche se ci rimanevo male – di solito perché venivo presa alla sprovvista, la cattiveria gratuita non me l’aspetto mai – me la facevo passare persistendo nella mia posizione. Finché non cambio gusti o cambio idea per convinzione intima, persisto. Sono così.

Detto questo, il vedere nero mi dura pochissimo. Ci sono momenti in cui cado nel black hole della mia anima in pena, ma poi l’altra metà d’anima – che è guerriera – mi dà una botta intercostale e mi ributta su. Vedo nero quando sono stanca. Essere stanchi è normale, ma quando si è stanchi bisognerebbe dormire o andarsene per un po’, lontano, e respirare aria diversa. Mi piacerebbe poterlo fare, ma non me lo concedo più da molto tempo e non so più come si fa – forse.

La questione del nero, però, è una cosa sottile ed è salutare riconoscere la natura del nero in cui si sta affondando. C’è un nero senza ritorno e da lui bisogna proteggersi, non cadergli in braccio. Lo vedo spesso in chi incontro e annuso il pericolo. Vorrei soffiarglielo via perché so quanto bastardo sa essere, ma che diritto ho di interferire con le scelte del mio prossimo? Nessuno, questo è pacifico.

So solo che il nero va dosato, va monitorato, va gestito.

Io, per esempio, odio gli spaghetti al nero di seppia – anche se non ho nulla contro le seppie, beninteso – e cerco di evitarli sistematicamente.

Share
PDF24    Invia l'articolo in formato PDF   

(252) Capolavoro

Per molti anni ho preso sul serio la fine del mondo. Nel senso che ogni volta che mi capitava qualcosa di spiacevole e doloroso io pensavo fosse destinato a durare per sempre e che la fine del mio mondo sarebbe sopraggiunta di lì a subito per stroncarmi definitivamente.

Mi sbagliavo.

Sopravvivere ai dolori è una stramberia perché ti passa piano piano la paura e diventi un po’ spavaldo e un po’ sborone. Quasi arrogante. Certamente supponente. Guardi chi si dichiara felice e privo di patemi con un certo distacco, come fosse un essere inferiore. Oppure il contrario: tutto il dolore che hai attraversato ti rimane addosso come una maledizione e muori un po’ ogni giorno, perché non vedi più niente se non quel buio che ti inghiotte.

Dove sono finita io? Ho vagato da un evento all’altro cercando di capire di cosa mi importava e di cosa potevo fare a meno, per molto molto molto tempo. Non mi sono persa, mi sono spesa, temo troppo. E quando sei esausto ti stacchi da tutto e vuoi solo dormire. Il distacco è la chiave.

Vedi un’altra piccola fine del tuo mondo, ma la distanza ti permette di non crogiolarti nel dolore o nella nostalgia. A distanza scorgi la rete intricata della tua ragnatela e ti sembra un capolavoro. Allora aspetti che la stanchezza passi perché sai che sarai di nuovo pronta a camminare. Non correre, no. Camminare.

 

Share
PDF24    Invia l'articolo in formato PDF   

(85) Assertività

Ho preso coscienza della mia voce da quando ho iniziato con il podcasting. Non significa che prima la ignoravo, ma che prima la temevo. E’ successo qualcosa in questi anni, ora la mia voce mi appartiene di più.

Ho notato che in parallelo anche io mi appartengo di più. Non a fasi alterne, non con alti e bassi, non in positivo o negativo. Mi appartengo con costanza, con pieno riconoscimento, con assertività. Mi appartengo e basta.

E allora tutte le scelte fatte e tutte le esperienze che mi hanno attraversato non mi hanno portato via qualcosa, mi hanno soltanto lasciato scoperta la voce.

In giornate come ieri è difficile gestirla, ma il fatto che c’è mi rassicura.

Ho incontrato tante voci sussurrate che non hanno mai saputo della loro potenza, avrei voluto dire loro tutto quello che avevo scoperto ma loro non avrebbero saputo trattenerlo. Non era tempo. Chissà se ora sanno cantare.

Non ho mai smesso di cantare, io. Anche quando stonata, anche quando stanca, anche quando avrei preferito starmene in silenzio. E’ che quando la tua voce ti si presenta davanti e tu sai che è lì per te, voltarsi alzando le spalle è stupido.

No, non sono una stupida. Anche se a un primo sguardo non si direbbe.

Share
www.pdf24.org    Invia l'articolo in formato PDF