(258) Orgoglio

Consegnare a qualcuno la propria fragilità è un suicidio. Questa è una delle lezioni che ho dovuto imparare e credo che questa lezione sia arrivata a me per un motivo ben preciso: fare i conti con il mio orgoglio.

Non è una battaglia che vincerò, d’altro canto a fare i conti io sono proprio negata. Eppure la vita si ostina a mandarmi in loop situazioni in cui io e il mio orgoglio ci mettiamo uno di fronte all’altra a vedere chi di noi due la spunta. Lui è forte, forte perché le sue ragioni non sono da poco. Le sue ragioni si fondano su terra antica, terra di sacrificio, di lavoro, di testardo mai-mollare. Le sue ragioni mi hanno permesso di arrivare fino a qui e non era scontato, anzi tutt’altro.

Mi dicono che c’è un punto, però, in cui lui si dovrebbe fare da parte. Io con la testa ci posso anche arrivare, può essere una tattica con delle reali potenzialità, ma lo stomaco è conquista sua e me lo fa urlare talmente tanto che ha sempre lui la meglio.

Non sono una che gioca di tattiche, imboscate, controtempi e chissà che altro. Affronto a viso aperto e occhi dritti negli occhi ciò che devo affrontare e vada come vada. Ammetto che va spesso male, ma l’ho sempre saputo che i vincitori sono altri e non me ne sono mai fatta una malattia.

E sono ancora qui a ringraziare il mio orgoglio che mi fa stare in piedi nonostante i colpi non smettano di arrivare. Sì, fa male, ma le radici non le puoi bruciare solo perché non sono comode. Anche questo ho imparato e questo sono costretta a ricordare. Senza mai smettere.

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(101) Radici

Mi sono sempre creduta molto albero. Di fatto, però, ho sempre avuto dentro di me la smania di andare. Percorrere strada (in ogni modo) per scoprire il resto, tutto quello che ancora non ho visto, che non ho ancora conosciuto.

Un albero ha radici che lo sistemano solidamente in verticale e gli danno la forza di alzarsi per raggiungere il cielo. Un albero steso è in pratica un albero morto. Vorrei che nessun albero fosse toccato, è un essere vivente splendido che non sa nuocere a nessuno e allo stesso tempo dona vita con costante generosità. Sto andando fuori tema, però.

Il pensiero da cui sono partita riguardava egocentricamente me. Stavo valutando che, nonostante io non sia un albero, sento forti in me le radici e di nuovo nonostante questo mio sentire mi trovo in perenne smania di percorrere strada. Non valuto neppure la possibilità di ritornare alle mie origini, dove le radici sono radicate, quasi che queste mie radici non siano in verità tanto mie.

Tutto ciò è stordente. Mi sento molto soffione, adesso come adesso. Mi faccio in fiocchi e attendo che un colpo di vento mi trasporti lontano. Lo trovo un pensiero umile (se son passata dall’albero al soffione, ho acquisito una certa consapevolezza del mio stare al mondo, immagino) e allo stesso tempo azzardato (il soffione è uno stato non proprio splendido del tarassaco che a sua volta è un fiore che schifo da sempre).

Eppure, lì nel soffione c’è quella condizione che al momento mi sembra di incarnare perfettamente. Il messaggio subliminale sarebbe: vento, sono pronta.

A volte penso di essere soltanto una squinternata.

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