(183) Immersione

Una cosa che mi viene bene, immergermi. Prendo le misure e vado. Sotto, in profondità. Quando sono là sotto perdo il contatto con tutto il resto, quello che lascio in superficie, e là sotto non sento mancanze, non sento lontananza,  là sotto mi basto.

Il tempo dell’immersione non è lunghissimo, ma non per mio volere, soltanto perché qui in superficie ci sono cose da fare e io le devo fare.

Non pratico soltanto un tipo di immersione, ma tutte. Proprio tutte. Immaginane una e io già l’ho provata. Anche se non l’ho sperimentata con il corpo, la mia mente l’ha già percorsa quella via. Si tratta di allenamento, ma l’ho già detto: è una cosa che mi viene dannatamente bene.

Solo una piccola parte di queste immersioni diventa concreta, scritta e quindi consegnata alla realtà della superficie. Credo sia giusto così.

Un dato di fatto è che là sotto ci sono colori pazzeschi e il silenzio è pieno di suoni che parlano di tutto quello che in superficie si frantumerebbe perché delicato, perché pulito, perché troppo vivo.

E così è.

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(71) Profondità

Ti sembra di aver raggiunto la massima profondità e poi scopri che la spirale ti sta risucchiano oltre. Puoi perderci la testa, la pressione è troppa.

La spinta alla conoscenza dovrebbe avere un limite massimo, oltre il quale non sia lecito andare perché la nostra condizione umana non ci permette azzardi di quel genere senza farci pagare care le conseguenze.

Certe nostre segrete complessità ci fanno avvoltolare in una condizione di precaria sicurezza, sommario equilibrio. Basta un colpo di vento e non ci troviamo più, risucchiati dalle tenebre o dalla luce, non fa alcuna differenza perché il dolore è comunque immenso. C’è da chiedersi come sia possibile passarne indenni. Infatti, non credo sia possibile.

E’ come alzare gli occhi al cielo mentre il cielo ti schiaccia. Sei tramortito da tutta quella grandezza e non ti opponi, non ti muovi.

La salvezza non è mai definitiva. Suppongo.

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