(300) Profumo

Ogni tanto mi ricompare sotto il naso, come se non fossero passati 35 anni, il profumo che usava la mia nonna. Un misto di borotalco e di rosa. Altre volte il profumo del cibo che mi cucinava e ne posso sentire ancora il sapore.

Ogni tanto rieccolo il profumo del Mare del Nord e quello delle Highlands e quello del Tay River, e chiudo gli occhi e sono di nuovo in Scozia, di nuovo immersa in quella terra che mi faceva stare bene.

Ogni tanto vengo colpita con un pugno allo stomaco dal profumo di qualcuno che ho perso e che mi manca.

Il profumo delle persone e delle cose mi rimane nella carne e non c’è verso di farlo andare via. Non si può cancellare come fai con i segni della matita su un foglio, sono disegni radicati per sempre.

E certe volte fanno bene, altre fanno male. Certe volte bene e altre male. Bene e male, mescolati con nostalgia e struggimento. Alla fine della storia, credo di essere fatta di profumi più che di parole, e con questo ho detto tutto – almeno per oggi.

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(279) Boomerang

Che le cose brutte fatte agli altri ritornino al mittente (e poi son cavoli amari), questo lo so fin da piccola. Me l’ha detto mia nonna e io a mia nonna ho sempre creduto ciecamente. Bon, si cresce così, con crudi e sani insegnamenti che una volta tatuati nella memoria non te li togli più. Un imprinting sacro.

Mi sono, però, sempre domandata perché per le cose belle fatte agli altri non funzionasse allo stesso modo. Se è una legge fisica allora va al di là del giudizio morale bene/male o giusto/sbagliato: fai una cosa agli altri e questa cosa – prima o poi – ritorna al mittente. Stop.

Se è fisica è fisica, se è legge è legge, e la legge è uguale per tutti – ci hanno detto e lo hanno anche scritto – invece no, non è così.

Fai del bene e dimentica, ecco un altro insegnamento della nonna. Ma come? Mi devo aspettare che il boomerang mi colpisca in testa se faccio una cavolata, ma non se faccio una cosa bella? Ma nonna! Non è giusto!

Risposta: non c’è niente di giusto a questo mondo.

Eh, e se lo dice la nonna, io le credo. La nonna, su queste cose, la sapeva lunga anche se neppure a lei questa legge fisica farlocca piaceva e forse proprio per questo non andava in chiesa ad ascoltare il prete predicare.

Certe cose ti rimangono tatuate nel cuore oltre che nella mente e scoprire quanto le assomiglio – ora donna fatta – mi riempie di orgoglio. Comunque, non vorrei risultare pedante, ma vi avverto: occhio al boomerang!

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(196) Panchina

Essere messo in panchina non è cosa bella. La prendi male anche se sai che è una mossa necessaria, la prendi male e basta. Tu vorresti stare in campo e invece non puoi, sei lì a guardarti la partita e a scrocchiarti nervosamente le nocchie.

Decidere, però, di startene un po’ in panchina è un gran lusso. Voglio dire: ti scegli la panchina che ti pare migliore, quella un po’ al riparo e che ti dà modo di goderti un bel panorama e ti siedi, accavalli le gambe e pensi a niente (per almeno i primi trenta secondi).

La cosa migliore sarebbe una panchina dove non ci sia troppo passaggio, nessuno che ti si siede accanto, neppure per allacciarsi le scarpe, e nessuno che ti passi davanti – perché quando si è assorti nei propri pensieri i movimenti d’ambiente possono dare noia.

Una panchina usata e goduta in condizioni del genere è un lusso, ribadisco.

La questione che si pone, però, è che dopo anche un’oretta che te ne stai lì per i cavoli tuoi e tutto è perfetto, devi ritornare a vita sociale. Ti alzi, t’aggiusti i pantaloni e la camicia/maglietta e t’incammini per dove sai tu, senza girarti indietro altrimenti la tentazione di rioccupare la panchina sarebbe troppa.

Stare in panchina, questo voglio dire, è cosa a tempo determinato. Sembrerà pure ovvio, ma non lo è. Non lo è per nulla. D’altrocanto son ben poche le cose ovvie a questo mondo, diceva mia nonna. E mia nonna non sbagliava un colpo, neppure uno, lei.

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(141) Ricordi

Ho ascoltato oggi, con un piacere enorme, una persona a me cara ricordare la mia nonna materna. Diceva che “aveva le mani d’oro, tutto quello che faceva le riusciva bene” e che lavorava sempre.

Mi sono piombate addosso centinaia di immagini di mia nonna mentre cucinava, cuciva, si prendeva cura delle sue piante e anche di me e mia sorella. Posso descrivere ancora nei dettagli le sue mani di lavoratrice, come erano ruvide al tatto con le unghie resistenti e lunghe e streghesche. Quelle mani mi accarezzavano il viso quando non riuscivo a dormire finché non perdevo i sensi, senza sosta, lentamente, senza stancarsi.

Vorrei che un giorno qualcuno che ho incontrato durante la mia vita ricordandosi di me lo facesse con quel sorriso e quelle parole che oggi sono state dedicate alla mia nonna. Credo che il senso di tutto sia questo: lasciare un buon ricordo in chi hai incrociato mentre stavi vivendo e facevi del tuo meglio con quello che avevi, senza troppe aspettative né troppe pretese.

Io arrivo da lì, da quel punto lì esatto. Lì voglio ritornare.

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