(374) Tattoo

Farsi attraversare dal dolore non perché accidentale – e quindi inevitabile – ma perché volontario. Un dolore che vuoi, che ti sei cercato, si assorbe con una rapidità impressionante. Come se non dovesse lasciare tracce, anche se la lascia, anche se la traccia è più visibile delle altre, anche se la traccia ti ha cambiato – inevitabilmente.

La cosa più insopportabile è cadere dentro un dolore che non ti immaginavi volesse proprio te. Ti viene da chiedergli: ma che cosa ti ho fatto? Perché io?

Ogni tanto l’occhio mi cade sui tatuaggi che ormai sono la mia pelle da tanto tempo e non ricordo il dolore, ricordo il perché del dolore. Ricordo il perché di quei segni, ricordo il come e il quando. Di solito il dolore che ti arriva all’improvviso non si porta appresso un motivo e se il motivo lo trovi a posteriori è soltanto per giustificarlo, per renderlo meno inutile.

L’inutilità dei segni che il dolore ti lascia – e del dolore stesso – è un’altra cosa insopportabile. Si può passare tutta una vita a cercare i motivi dei segni che non volevi, che non ti sei cercato, che non vorresti e che non augureresti a nessuno, senza trovarli.

Oggi per me un nuovo tatuaggio che, anziché un dolore, segna un sollievo. Quasi una rinascita, anzi migliore perché non poggia sulle ceneri ma è radicata alla terra con solida tenacia. Tutto questo di certo non ha senso per il resto del mondo, e non mi dispiace. Dieci anni sono abbastanza per chiunque, dieci anni possono bastare per altre dieci vite. Capire il dolore non è affatto necessario, spesso è meglio trovare il modo di farlo scivolare via. Bisognerebbe saperlo fare, ma io non ne sono capace. Di questo mi dispiace. Davvero.

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(355) Candore

L’ho perso tanto tanto tanto tempo fa. Me ne rammaricavo perché mi pareva di essermi imbruttita a suon di cinismo e disillusioni. Addirittura covavo rancore nei confronti della vita che me lo aveva frantumato senza tante cerimonie, privandomi dell’ultima caratteristica bambina di cui mi potevo vantare.

Pensavo anche che fosse quel candore che mi permetteva di amare, amare incondizionatamente, senza risparmiarmi, senza calcoli, senza vie di mezzo, senza dubbi, senza bisogno di assicurazioni, senza chiedere niente in cambio e senza aspettarmi niente in cambio. Lo pensavo talmente che non ho più dato peso all’amore, facendolo – molto probabilmente – scappare via a gambe levate.

Il candore che mi permetteva di approcciare un altro Essere Umano con la convinzione che quell’Essere Umano fosse per forza speciale soltanto per il fatto che esistesse, credevo fosse la cosa più preziosa che potessi donare al mio prossimo. Una volta perso, anzi, una volta disintegratosi a forza di colpi letali è andato per sempre. Non c’è via di ritorno. Sei solo più opaca, più spenta, quasi un po’ morta.

Ho vissuto così gli ultimi 20 anni della mia vita, rimpiangendo il candore che mai più riavrò. E oggi, proprio oggi, mi sono risvegliata dal delirio e penso che sono proprio un’autentica idiota. Quel candore, in realtà, non lo rivoglio più – e non lo dico per ripicca, ma sul serio – perché mi sarebbe d’impiccio, dovrei continuamente raccattare il mio cuore frantumato e non avrei tempo per nient’altro. Quel candore se n’è andato per un buon motivo e, anche se poteva trovare un modo meno doloroso per farlo, imparare forzatamente a vivere senza di lui è stato vitale. Infatti sono viva. La cosa mi consola parecchio, ma resto pur sempre una imperitura idiota.

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