(262) Cerotto

Serve a unire i lembi della ferita per farli cicatrizzare dalle fide piastrine. Un’idea geniale. Fa quello che le parole possono fare quando le ferite non sono visibili, ma sanguinano nell’Anima. Quando le parole non sono sufficienti, forse, gli abbracci possono aiutare. Dipende.

Se smetto di credere a questo ho la sensazione che mi gioco gran parte di quel che sono oggi. Mettere parole-cerotti qua e là per permettere al tempo di sanare le ferite dell’Anima è un’occupazione no-stop che mi ha tenuta impegnata per gran parte della mia vita.

A volte, quando mi rendo conto su che filo sottile è sorretta la mia essenza di Essere Umano mi viene da ridere. Altre volte muoio di paura.

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(164) Sangue

La volta che, dopo l’operazione alle tonsille, ho avuto quell’emorragia indolore che non si fermava più è stata la peggiore. Uno shock.

Il posto migliore per il sangue è dentro il corpo, quando esce non è un buon segno. Partendo da questo presupposto, ogni volta che mi capita di vedere del sangue uscire da un corpo la mia testa inizia a tremare. Curiosamente sono dotata di sangue freddo, reggo bene le emergenze, poi crollo.

Il sangue, però, è quella cosa che non ci fai caso quanto sia vitale finché non ne perdi abbastanza da rischiare di restarci secco. Siamo tutti fatti di sangue, sempre lo stesso anche se diverso per sfumature, e tutti noi ce ne dimentichiamo. A meno che tu non abbia i reumatismi. Allora sì che sei costretto a farci caso, perché mentre ti scorre dentro, quel sangue ti provoca fastidio.

Avercelo nel sangue, che lo si dica di una cosa o di una persona la sostanza non cambia. La condizione è senza via d’uscita: è nata con te e con te morirà.

Ho idea che questa cosa abbia in sé un messaggio che io ancora non colgo, eppure so che è un messaggio indirizzato proprio a me. La cosa mi inquieta.

 

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(139) Fatalismo

Non sono una che accetta le cose perché così devono essere, lo ammetto. Molto di quello che ora posso considerare come mio è il frutto di questa predisposizione al non considerare gli ostacoli come stop, ma come un test per vedere se quello che voglio lo voglio davvero [forse mi sono arrotolata un po’ con ‘sta frase, ma non ho voglia di srotolarla ora, andiamo avanti].

Detto questo, però, sto valutando proprio ora una sorta di mutazione parziale della mia suddetta predisposizione, solo per darmi un po’ di pace. Seguendo ciò che negli anni la vita ha cercato di insegnarmi e io spesso ho fatto finta di non imparare – ma poi con l’età ho ceduto all’evidenza dei fatti – posso anche permettermi un leggero cambiamento per vedere che effetto che fa.

Dichiaro qui, in questo luogo che mi è caro, che d’ora in avanti adotterò in alcune occasioni (scelte con cura) un atteggiamento vagamente fatalista. Mi affiderò a ciò che il Destino avrà in serbo per me, senza approcciare ogni cosa che non mi piace come fosse un affronto personale. Beninteso, l’istinto ce l’avrò sempre. Beninteso, la predisposizione una  non è che se la mette in tasca e via. Eppure, so che ce la posso fare, che posso abbandonarmi a una certa minima dose di fatalismo in questo momento della mia vita senza morirne per soffocamento o schiacciamento.

Morirò per altra causa.

Sto parlando di cose piccole, sto parlando di quelle cose che anche se le lasci andare come devono andare non ti fanno finire male. Ok, mi faccio una lista e vediamo da cosa cominciare. D’altro canto, con l’avanzare degli anni le forze devi imparare a calibrarle meglio.

Per morire c’è sempre tempo.

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(135) Cecità

Tutto quello che non vuoi vedere. Tutto quello che non vuoi vedere potrebbe ucciderti e tu neppure te ne accorgeresti. Moriresti inconsapevole.

Non è un bel morire, così. Per niente. Mi auguro un buon morire come mi auguro un buon vivere e penso che per entrambi io possa fare qualcosa. Cercare di vedere tutto quello che c’è da vedere, anche quello che non mi piace, anche quello che fa male. Imporsi la cecità non è solo codardia, è rinuncia. No, faccio fatica ad assumere il ruolo del rinunciatario e l’atroce responsabilità del non-so-che-farci. No.

Vedere, finché posso, finché posso vedere, e tentare di capire, fin dove posso capire, con la mente e con il cuore. Credo sia un modo pieno per vivere e che sia un bel modo di morire. E non c’è nient’altro che voglio se non vivere pienamente e morire con dignità.

Morire a occhi aperti.

 

 

Cerchiamo d’entrare nella morte a occhi aperti. (…) Chi sarebbe così insensato da morire senza aver fatto almeno il giro della propria prigione?

Marguerite Yourcenar (da “Memorie di Adriano”)

 

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(104) Amore

“Non esiste una regola. Ogni singolo amore, come ogni morte, è unico.
Per questa ragione, nessuno può imparare ad amare, come nessuno può imparare a morire. Benché molti di noi sognino di farlo e non manca chi provi a insegnarlo a pagamento”.
Zygmunt Bauman

Mi ero fissata sul fatto che dovevo imparare a vivere, imparare ad amare, imparare a morire. Pensavo che avrei dovuto trovare una sorta di guida, un Maestro che potesse insegnarmi. Del tipo “dai la cera-togli la cera”, tanto per intenderci, così da poter guadagnarmi la cintura nera della Saggezza.

A un certo punto ho capito che dovevo essere io la mia Maestra, sbagliando continuamente.

Faticoso, snervante, frustrante.

Eppure è l’unico modo per arrivare con sicurezza alla fine del tuo percorso soddisfatto di te. Anche se, come dice il Maestro Bauman, nessuno può imparare come vivere, amare, morire. Sono solo tentativi.

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