(470) Catarsi

Pensavo di dover lavorare molto per ottenere ciò che volevo. L’ho fatto, ma non sono mai riuscita a ottenere quello che volevo, mi sono sempre fermata un passo prima. Non lo so il perché.

Pensavo di dover impegnarmi molto per diventare ciò che volevo essere. L’ho fatto ma ancora non sono riuscita a essere ciò che voglio veramente essere. Non credo ci riuscirò mai.

Questa presa di coscienza non è recente, risale perlomeno a un quindicennio fa, eppure faccio fatica a digerire certe verità, mi ci vuole davvero molto molto tempo. Mentre passa il tempo faccio conti e bilanci, rimurgino, rivivo vicende e circostanze nella stanza buia delle memorie e mi tormento non poco. Il Perdite e Profitti non torna mai, ancora oggi non so come io abbia fatto a prendere 8 nel compito di ragioneria degli esami di maturità. Culo, non c’è dubbio.

Fatto sta che tutto questo struggimento senza fine, senza senso e senza possibilità di rivalsa perché ciò che è stato è stato, ha un luogo dove viene sospeso e per quel tempo in cui sono lì non esiste più.

Quel luogo è stretto e spaziosissimo, è profondo, altissimo e claustrofobico. Un luogo non sempre accessibile, non sempre comodo, non sempre solido. Fa caldo e fa freddo, è umido e secco. Un inferno, raramente un paradiso. Eppure, arrivo lì e non esiste più nulla di certo, il reale si rende effimero, l’effimero si concretizza.

Quella catarsi mi mantiene viva. Mi fa sopportare tutto quello che non sarò mai, tutto quello che non avrò mai, tutto quello che non oserò mai sognare, tutto quello che non so neppure di ignorare. Non lo so dire meglio, ma credo di essere fortunata.

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(458) Underground

Sotto la superficie non è un viaggio da poco. Un po’ sospendi il respiro, non deve occupare troppo spazio per farti scivolare in profondità. Non esiste itinerario quando ti immergi, non c’è una strada già fatta da percorrere, vai al buio inciampando su questo o quello e tieni le mani davanti a te come se bastassero loro a mettere al riparo il tuo povero naso. Non è mai così, le craniate ti arrivano da subito, senza preavviso, con tutta la violenza possibile. E sanguinerai.

Non lo decido io quando, avviene e basta, e mi ci trovo già dentro fin sopra i capelli quando me ne accorgo. Dicembre sembra essere il mese prediletto, vai a sapere il perché.

Quello che veramente mi terrorizza è la possibilità di rimanere intrappolata nelle viscere di me stessa senza poter mai più risalire in superficie. Rimanere prigioniera laggiù, al buio, per sempre. Nessuno ti può garantire che non ti succederà, nessuno può salvarti se succedesse. E se ancora non è successo, non significa che non potrà accadere… magari oggi stesso.

Milioni e milioni di persone ogni giorno rimangono intrappolate durante un viaggio come questo e anche se le senti urlare non puoi correre ad aiutarle, non puoi nulla, neppure tapparti le orecchie per non sentire. Ecco come siamo messi: un Inferno.

Per darti una possibilità di risalita, però, devi trovare un appiglio. Anche un granello di sabbia potrebbe rivelarsi abbastanza solido da trarti in salvo. Usa le mani per tastare nel buio e trova la tua salvezza. Non aspettare troppo, le forze fanno in fretta ad asciugarsi e poi non ti rimarrebbe nulla. Non pensare troppo ai perché e ai come, fallo e basta. Scegli e basta. Esci e basta.

“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

― Italo Calvino,  Le città invisibili

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(309) Qui

Una questione di luoghi: qui o lì o là o qua? Io ho sempre preferito il qui. Non penso mai a dove vorrei essere, ma a dove sono. Se dove sono non mi piace m’invento qualcosa che me lo faccia piacere. Forse perché non è facile raggiungere i posti che vorrei e se ci penso troppo mi avvilisco.

Volente o nolente ho dovuto imparare che com’è il qui dipende solo da noi. Se lo viviamo decentemente possiamo sistemarcelo anche bene. Se lo viviamo lamentandoci e imprecando diventa un inferno.

Forse sono fortunata perché non ho mai troppa energia per imprecare e lamentarmi, la uso tutta per fare fare fare fare. E pensare. Penso tanto, forse troppo, ma è un’attività impegnativa che dà assuefazione.

Detto questo, se avessi davanti a me un adolescente malcontento glielo direi chiaro e tondo: prendi il tuo qui e rendilo irripetibile.

A pensarci bene lo direi a chiunque, sempre.

 

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(127) Decidere

Ci vuole tempo per decidere. Non è che soltanto perché la tua testa ha capito, lo ha capito anche il tuo cuore. Potresti non essere ancora pronto per prendere quella decisione che ti cambierà la vita.

Quando ho preso la decisione che mi ha cambiato la vita sapevo lo avrebbe fatto, ma non in che modo. Il modo può fare la differenza. A meno che tu non abbia la chiaroveggenza ti devi fidare. Di chi? Di te, della vita e della decisione che stai prendendo.

Conviene prendere le decisioni importanti con calma, a stomaco piatto, senza marosi e senza scosse. Così puoi immaginare nei dettagli il moto che avverrà in te e se ti immergi in quel silenzio sentirai ciò che devi sentire.

Ecco, quando vivrai quel momento fidati. Da lì parti e lì ritornerai: stomaco piatto, senza marosi e senza scosse, con un sorriso.

Molto probabilmente avrai attraversato l’inferno più volte (andata e ritorno – andata e ritorno – andata e ritorno… ), ma avrai vinto tu. Forse stropicciato in tutta la tua sostanza, ma ben saldo in te stesso.

Decidere sembra la parte più difficile, infatti lo è.

Dal momento in cui decidi non ti fermi più, vai vai vai a testa bassa e ti prendi tutto quello che ti devi prendere. Hai deciso che quella era la strada, ignorando ciò che ti attendeva (anche se una minima intuizioni l’hai pur avuta altrimenti avresti deciso prima o deciso altrimenti), ma sentivi che volevi e dovevi provarci.

Decidere sembra la parte più difficile, ma anche resistere finché non sei arrivato a destinazione non scherza mica.

A stomaco piatto, solo a stomaco piatto puoi valutare se il tuo decidere sia stato alla fine vincente. E nel silenzio la risposta sarà sempre e soltanto una.

Sì.

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