(373) Mentore

La fortuna più grande è poter incontrare sulla tua strada un Maestro. Siamo d’accordo, chiunque incontri ti può insegnare qualcosa, ma la Visione di un Maestro può salvarti la vita.

A me è successo.

Forse è successo perché lo desideravo più di ogni altra cosa al mondo, avevo bisogno di una luce che mi facesse indovinare un sentiero, un luogo aperto e sconfinato dove il vento ti si oppone solo quel tanto che serve per testare la tua capacità di essere – nonostante – e resistere – nonostante. Forse è successo perché c’era una sorta di consapevolezza in qualche cellula urlante del mio corpo che non mi faceva stare in pace. Forse è successo perché da sola non avrei potuto fare ed era scritto che l’avrei trovato e che avrei saputo riconoscerlo e seguirlo e magari raggiungerlo, anche solo per un sorriso e un grazie.

Il fatto è che da quell’incontro ho iniziato a mutare forma interiore e si sono fatti vivi bisogni che pensavo fossero solo bizzarri e ridicoli fastidi. Non lo erano. E non so se ringraziare o maledire il mio DNA, perché non è ancora finita.

La cosa certa è che quando incontri un Maestro e te lo sai dichiarare, quando lo sai far fermare e lo sai ascoltare e poi lui prosegue – senza di te – sei meno fragile anche se sei la stessa. Vale la pena patire, per ogni grano di conoscenza che raccogli.

Non ho mai abbandonato il mio Maestro, lo seguo senza occhi e senza passi, lo sento senza bisogno della sua voce. Eppure, quando ritorna presente e i suoi pensieri mi si poggiano davanti come gradini da salire, non ho mai dubbi, mai ripensamenti, mai scollamenti. Lui rimane il mio Maestro, io rimango grata debitrice. Non solo di una vita, ma di tutte quelle che a me sono state destinate. Ovunque, in ogni tempo.

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(268) Umanità

In generale, tutta insieme mi fa paura. La evito proprio. Tutta insieme è troppa, diventa una minaccia anche se c’è aria di festa. Non lo so, sarò stata traumatizzata dalle volte in cui mi sono trovata schiacciata tra la folla senza poter respirare (concerti). Quindi resto ben distante dalle situazioni dove l’Umanità può avere la meglio su di me.

Eppure, quella che esce dagli Esseri Umani in situazioni di incontro one-to-one è ancora fonte di grande fascinazione per me. Entrare in sintonia con chi ho di fronte per trovare il modo di comunicare a un livello più profondo, quasi viscerale, credo sia la sola possibilità per vivere il legame. Può durare un’ora o solo dieci secondi, a volte non servono neppure le parole, basta uno sguardo, basta un tocco, basta un nulla perché il varco si apra e avvenga l’incontro.

Essere Umano che incontra Essere Umano.

Tutto molto semplice, molto naturale, molto… molto. Sono assolutamente fortunata perché mi capita spesso, molto fortunata perché il programma che era nato senza altro pensiero se non quello di immortalare quei momenti delicati e intensi continua a darmi ragione. Ormai non dubito più.

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(179) Gratitudine

Si era avvicinato a me timidamente chiedendomi se volessi insegnargli a scrivere nonostante la sua non più verde età: aveva 82 anni. Gli risposi che non avrei potuto insegnargli nulla, ma che avremmo potuto parlare di scrittura e avrei potuto accompagnarlo durante il percorso – voleva scrivere dei racconti.

Diventammo amici e diventai la sua editor per dieci anni.

Dopo un intervento piuttosto deciso su un racconto giallo che, però, risultava essere più un sgambetto al lettore che un guizzo geniale, lui non mi parlò per un mese. Finalmente poi mi chiamò e mi disse: “Hai ragione tu, riscrivo il finale”. Il racconto fu un piccolo capolavoro. Fui orgogliosa di lui, ancora una volta, e lui di se stesso.

“Scrivo perché così non posso morire finché non ho finito di scrivere”, mi disse un giorno.

Da qualche tempo le sue storie facevano fatica a uscire, e a un certo punto fui consapevole che avrebbe mollato le redini poco a poco, discretamente come era stato il suo vivere.

Non è un addio questo, è un pensiero che mi permetterà di stargli vicino e accompagnarlo comunque, anche se da lontano. Quest’amicizia così inaspettata e speciale non finirà solo per uno stupido sfasamento dimensionale.

Grazie Giorgio. Grazie.

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(103) Soddisfazione

Potrei dirlo in altro modo: appagamento. Sembra un sentimento del tutto egoriferito, forse lo è, ma non lo trovo disdicevole. Tutt’altro.

La massima soddisfazione nel trasferire a qualcuno quello che hai capito, quello che conosci, la provi quando quel qualcuno fa quella cosa sua e la usa bene.

Stasera, all’incontro con il mio piccolo gruppo di Scrittori Instabili, ho visto palesarsi davanti ai miei occhi il frutto di questi anni di lavoro sul narrare. Teste diverse dalla mia che lavorano ognuno con i propri mezzi usando, però, alcune di quelle piccole cose che sono riuscita a passare loro durante i mesi che ci hanno visti insieme. Appagamento, non so come dirlo. Soddisfazione.

Ecco, spesso mi ritrovo soddisfatta di quello che è il risultato del mio lavoro, anche quando il lavoro in sé non è perfetto, anche quando sono la sola a notare la qualità del risultato. Dentro ognuno di questi lavori c’è un progetto, c’è un fine, c’è una logica, c’è una crescita.

La cosa bella davvero? Che non è una cosa che riguarda solo me, ma chiunque ne è coinvolto. Sempre.

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(91) Orizzonte

Tenere lo sguardo a terra è cosa saggia perché se appoggi il passo su un terreno sdrucciolevole, una buca, un ostacolo, finisci a terra che manco te ne accorgi. Ho guardato molto la terra su cui poggiavo i piedi, non mi sono evitata scivoloni, ma sono caduta sempre a metà, preparata un nanosecondo prima grazie al mio guardare.

Se, però, lo sguardo non s’alza mai da terra per rivolgersi a ciò che ti circonda rischi di sbattere ovunque e di farti molto male (oltre ad assicurarti un torcicollo cronico, che non è una cosa bella). Ho sbattuto spesso contro persone e cose che mi hanno fatto male e ho imparato a prestare attenzione a quello che mi sta attorno e a farne i conti.

(guardati attorno, guardati dentro e guarda la terra su cui poggi il passo – un lavoro a tempo pieno che può diventare snervante, lo ammetto)

I momenti più belli in assoluto li ho vissuti quando ho osato spingere il mio sguardo all’orizzonte. Momenti di silenzio in solitudine pressocché perfetta. Credo che quel punto preciso, l’orizzonte, sia l’incontro di ciò che hai dentro, ciò che hai attorno, ciò che hai sotto i piedi e (meraviglia) ciò che hai sopra la testa. E cosa ancora migliore: guardi al tuo cammino con uno scopo, è là che vuoi arrivare.

L’orizzonte è così. Si muove come io mi muovo, per motivarmi a proseguire perché la strada da fare è tanta, molto di più di quello che tu puoi pensare. Si ferma se io mi fermo, per assicurarmi che una meta c’è e mi aspetta. L’orizzonte non scompare neppure quando sei chiuso in una cella (reale o virtuale che sia) perché rimane impresso nella retina e se chiudi gli occhi si ricompone a tuo piacimento. Senza perdere il senso, senza perdere lucentezza.

Il mio orizzonte è così, il mio come quello di tutti. Solo che non tutti se ne accorgono e pensano che spingere lo sguardo all’orizzonte sia cosa da sognatori. Si sbagliano di grosso, è cosa di tutti quelli che amano camminare la propria vita.

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(56) Spazio

Lo spazio che puoi mettere tra te e il resto del mondo è estremamente elastico quando il tuo rapporto con il resto del mondo è decente, quando il rapporto che hai con te stesso è del tutto onorevole. Se così non è, però, lo spazio si irrigidisce e non si fa più manipolare.

Quel tipo di spazio che caratterizza i rapporti umani richiede morbidezza, se pensiamo di metterci al sicuro rendendolo solido facciamo un torto a noi e a chi con noi deve averci a che fare. Volenti o nolenti, spesso.

Quando incontri un Maestro sulla tua strada, lo spazio lo senti soffice, addirittura accogliente, perché l’Essere Umano che ti sta davanti nonostante sia anni luce più evoluto si muove verso di te per condividere ciò che sa e aiutarti a innalzarti un po’. Se incontri un Maestro sulla tua strada, sii grato alla strada, al Maestro e all’Universo intero.

Quando incontri uno stronzo sulla tua strada, lo spazio si mummifica. Diventa difficile gestire l’azione che si riduce a un fastidioso allungarti verso di lui per instaurare un minimo di comunicazione utile e a un frustrante guardarlo dal basso verso l’alto perché lui ti pensa un essere inferiore. Ecco, questo tipo di persone potrebbero insegnarti ciò che sanno (cerebralmente parlando), ma non potranno insegnarti nulla di buono sull’essere umani.

Un incontro di questo tipo diventa uno scontro, perché uno stronzo sostanzialmente vuole rimanere stronzo. Ne fa proprio una questione di principio: lui è lassù e tu stai quaggiù. Lassù stanno i fighi e quaggiù stanno i poveracci. Ce la mette tutta per rendere il concetto comprensibile, solitamente con modi brutali se non feroci.

Ecco: oggi mi sono scontrata con una stronza e ha vinto lei.

Però, c’era un testimone con me ed è stato lui il mio Maestro. Non solo mi ha fatto recuperare la stima di me stessa, ma ha sotterrato la stronza senza troppa fatica.

Alla fine ho vinto io.

Grazie Maestro.

b__

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(2) Incontro

Incontro ogni giorno persone che portano con sé la propria vita con consapevolezza. Lo dico perché non è una cosa ovvia, si può vivere inconsapevoli incolpando il resto del mondo e essere devastati dal risentimento. Ci si sente derubati della felicità, in qualche modo, da tutto e tutti.

Più cresce la mia autoconsapevolezza e più gli incontri che faccio si allineano al mio stato, alla mia presenza. Non devo cercare, sono loro che mi trovano.

Accolgo questa realtà con gratitudine e ne sorrido.

b__

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