(402) Indolenzimento

Ci sono dei periodi, mai troppo lunghi grazie al cielo, in cui mi ritrovo semiparalizzata da un indolenzimento sinaptico che ha dell’imbarazzante. Mi rendo conto che per chi mi guarda dall’esterno sembro un’idiota zombizzata che si trascina di qua e di là senza senso. A pensarci bene sembro così anche a guardarmi dall’interno, e non è affatto bello.

Non ci posso fare nulla, arriva quando arriva e se ne va quando se ne va, al massimo posso cercare di dissimulare la cosa e sperare di non fare troppi danni nel mentre. Ho sempre attribuito queste fasi a una questione di overload, un sovraccarico di pensieri e tensioni varie che mi fa andare in sciopero il discernimento. Ma non è detto, voglio dire che non è una diagnosi sicura, è più che altro un’ipotesi.

Di stronzate ne ho fatte parecchie e non è che le ho fatte sempre in questi periodi di semiparalisi sinaptica, quindi non sono qui a giustificarmi nascondendomi dietro questo, sia mai. Sto solo riflettendo sul fatto che il silenzio in cui sono immersa, mentalmente parlando, scopre vuoti che non vorrei vedere-sentire-avere. Credo che la dinamica sia: più non li voglio e più ci sono.

Non è una diagnosi, è un’ipotesi. E di ipotesi è pieno il mondo. La mia testa, invece, sembra essere vuota. Sembra, ma non è detta l’ultima parola. La ruota gira, sempre, e venire schiacciati è un attimo pertanto: run babsie run.

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(374) Tattoo

Farsi attraversare dal dolore non perché accidentale – e quindi inevitabile – ma perché volontario. Un dolore che vuoi, che ti sei cercato, si assorbe con una rapidità impressionante. Come se non dovesse lasciare tracce, anche se la lascia, anche se la traccia è più visibile delle altre, anche se la traccia ti ha cambiato – inevitabilmente.

La cosa più insopportabile è cadere dentro un dolore che non ti immaginavi volesse proprio te. Ti viene da chiedergli: ma che cosa ti ho fatto? Perché io?

Ogni tanto l’occhio mi cade sui tatuaggi che ormai sono la mia pelle da tanto tempo e non ricordo il dolore, ricordo il perché del dolore. Ricordo il perché di quei segni, ricordo il come e il quando. Di solito il dolore che ti arriva all’improvviso non si porta appresso un motivo e se il motivo lo trovi a posteriori è soltanto per giustificarlo, per renderlo meno inutile.

L’inutilità dei segni che il dolore ti lascia – e del dolore stesso – è un’altra cosa insopportabile. Si può passare tutta una vita a cercare i motivi dei segni che non volevi, che non ti sei cercato, che non vorresti e che non augureresti a nessuno, senza trovarli.

Oggi per me un nuovo tatuaggio che, anziché un dolore, segna un sollievo. Quasi una rinascita, anzi migliore perché non poggia sulle ceneri ma è radicata alla terra con solida tenacia. Tutto questo di certo non ha senso per il resto del mondo, e non mi dispiace. Dieci anni sono abbastanza per chiunque, dieci anni possono bastare per altre dieci vite. Capire il dolore non è affatto necessario, spesso è meglio trovare il modo di farlo scivolare via. Bisognerebbe saperlo fare, ma io non ne sono capace. Di questo mi dispiace. Davvero.

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(289) Annacquato

Te ne accorgi subito: se lo allunghi con l’acqua, sa di acqua. E l’acqua va benissimo, ma non se quella che hai davanti è una birra o una coca-cola o uno spritz (o-che-ne-so-io). Insomma, ci siamo capiti.

La questione – semplice e per questo disarmante – è che si tratta sempre di una mancanza di coraggio che si esplicita con un tergiversare, buttare fumo negli occhi, tirare in ballo cose che non c’entrano niente e… aggiustare con l’acqua quello che ti pare troppo forte per essere bevuto così com’è.

L’ho fatto ogni volta che ho provato una sorta di compassione (anche di rimbalzo), e a mia discolpa posso dire che sono ancora convinta di aver fatto bene perché colpire senza pietà non fa parte del mio carattere. Eppure la mancanza di coraggio non dovrebbe mai essere giustificata. Però, in un certo qual modo, la gentilezza – quella innata e sincera – dovrebbe essere sempre apprezzata perché cosa rara.

Ecco, quando mi si esplicita davanti l’ingratitudine anche violenta per un mio gesto compassionevole/gentile… bé, non è che mi viene proprio spontaneo porgere l’altra guancia. Infatti, giro i tacchi e me ne vado.

Così è se mi pare.

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