(497) Oro

Mantenere la tua posizione quando senti che è giusta, vale oro. Fare un passo indietro quando ti accorgi che ti sei sbagliato, vale oro. 

Guardare negli occhi chi ti sta di fronte mentre affermi il tuo essere libero, vale oro. Fermarti e riconoscere che stai abusando della tua libertà per mortificare quella di chi ti sta di fronte, vale oro.

Ma quale oro? Non quello che si gratta dalle viscere della Terra, quello vale poco, non quanto le vite di chi consuma i suoi giorni affondato laggiù. L’oro è quel filo che ci percorre dai piedi alla testa e che ci tiene su, ci sorregge. Non si mescola al sangue, non lo puoi confondere con nient’altro. Lo vedi brillare in superficie in un bimbo che sbatte i pugnetti sul pavimento quando piomba giù al suo primo passo. Una bella culata, parata dal pannolone, non fa altro che rinvigorire il bagliore. Tempo due secondi ed è in piedi, quel nuovo tentativo non vale oro, è oro.

Mi sconvolge vedere che qualcuno lo ignora, che c’è chi non prende in considerazione quel filo d’oro che lo attraversa. Mi chiedo il perché. Forse non lo vede? Forse lo vuole negare? Forse pensa di averlo perso?

Se sto su, se sono in piedi, è per quel filo d’oro che sorregge ogni osso del mio corpo. Quel filo è sottile, sta facendo una fatica della miseria, ma ancora non si spezza. Sono sbalordita dalla sua forza. Riconoscerla ora, con la stanchezza che è sparsa ovunque, vale oro. Questa volta il mio.

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(390) Dicotomia

dicotomia /dikoto’mia/ s. f. [dal gr. dikhotomía “divisione in due parti”]. – 1. (filos.) [divisione logica di un concetto in due nuovi concetti distinti e contrapposti: la d. cartesiana mente-corpo] ≈ bipartizione, polarizzazione. ↓ divisione, separazione, suddivisione. ‖ antinomia, dualismo, dualità. 2. (estens.) [netta opposizione tra due entità, due punti di vista e sim.: una d. insanabile nella sinistra] ≈ contrapposizione, frattura, spaccatura. ↓ divisione, separazione.

Vediamo di fare il punto della situazione: non sempre so cosa voglio e non sempre quello che voglio è coerente con quello che sono. Di fronte a bivio di questo tipo prediligo la via che mi fa dormire sonni sereni.

Giusto precisare, però, che le cose che voglio e che non metto in atto sono pessime. Davvero pessime. Pessime non significa necessariamente oltraggiose, spregiudicate e bastarde (anche se non le escludo mai dalle opzioni), ma sicuramente da evitare perché inutili o dannose. Spesso mi immagino le scene in cui agirei in modo pessimo e me le costruisco nei dettagli, come se le stessi vivendo. A volte mi riesce talmente bene che mi sembra di averle vissute davvero, se arrivo a quel punto le archivio e non ci penso più. In questo modo ho evitato il carcere quando volevo menare a sangue una tipa o di finire sfracellata in un dirupo. Dico questo non per vantarmi, ma per far presente che se fino a ora non ho mai fatto cose di quel genere è perché ho scelto di non farlo. Per i miei motivi – né buoni né virtuosi – e questi motivi non è detto che siano a tenuta stagna. Non è detto che prima o poi non si frantumino lasciando il campo libero alla follia.

Bisogna far bene i conti con i sentimenti e l’emotività delle persone, giocare sul filo del rasoio non è cosa intelligente. La tolleranza ha un limite, la pazienza idem e il buonsenso non parliamone neppure. La stanchezza ti fa alzare le spalle e la noncuranza è cattiva consigliera. Il fastidio può portarti a sbroccare, la paura può trasformarti in un drago sputa fuoco. Ho reso l’idea?

Siamo tutti appesi a un filo, smettiamola di mettere alla prova la resistenza del nostro filo e quella degli altri, smettiamola di tormentarci e tormentare. Smettiamola di sputare sentenze, di sguainare il fioretto per infilzare il malcapitato di turno. Smettiamola.

 

 

 

 

 

 

 

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