(432) Barbara

Il nome non te lo scegli, te lo danno. Se ti va bene, chi te lo dà si mette una mano sul cuore e pensa al tuo futuro, a quando da bebé diventerai una persona adulta e poi – con un po’ di fortuna – una persona anziana. Se ti va male – e si sa che per il male non c’è mai fine – sei nato da genitori scriteriati che ti possono chiamare come diavolo passa loro per la testa dopo una sbronza o un cocktail di anfetamine (e mi dispiace sinceramente). A me non è andata malaccio considerando tutto, anche se ho fatto un bel po’ di fatica ad ammetterlo.

Da piccola tutte le B e le A e le R che si ripetono mi confondevano e mi facevano sbagliare sistematicamente l’intestazione del compito in classe. Mi rivedo ancora lì a contare e sillabare in silenzio Baaaaaaaarrrrbbbbaaaaarrrrraaaa, con un bel po’ di vergogna e timore di essere scoperta – se avessi saputo dell’esistenza di un disturbo della lettura/scrittura, al tempo, probabilmente mi sarei convinta di essere dislessica. Fatto sta che da quel momento è iniziato per me un periodo di conflitto con il mio nome, lo trattavo come un estraneo da combattere.

Non è che lo esplicitassi con fervore, tenevo la cosa per me… fino a che non incontrai una professoressa. Una tipa tosta, che non te le mandava a dire, in pensione, pronta a darmi ripetizioni di stenografia per non essere rimandata a settembre. Le ci sono voluti tre secondi per capire la faccenda, tre minuti per farmi intendere che aveva scoperto il mio segreto e darmi il compito per casa: scrivere 300 volte il mio nome sul quaderno degli esercizi. In stenografia? No, in bella calligrafia, con inclinazione a destra.

La mia prima reazione è stata quella che ci si può aspettare da una quindicenne scazzata: “Questa è scema, mi faccio una pagina e poi la fotocopio”. L’intenzione c’era solo che poi mi scocciava fare una figuraccia e non volevo essere rimandata in stenografia (anche perché mi piaceva come materia, volevo solo evitare di imparare a memoria tutte le abbreviazioni e fare di testa mia, tanto ero io che dovevo leggere i miei appunti, mica il Papa).

Fatto sta che dopo la prima pagina scrissi la seconda e poi la terza… entrai in una sorta di meditazione inconsapevole, e se all’inizio la calligrafia era piacevole ed elegante perché controllata, non era certo la MIA calligrafia, quella naturale. Eppure, pagina dopo pagina, Barbara dopo Barbara, i caratteri stavano assorbendo un po’ di me e mutavano leggermente la forma, ingentilendo il tratto della parola. Parola che rappresentava me, parola che andava via via assomigliandomi sempre un po’ di più.

Ho iniziato da lì. Nel tempo il mio scrivere Barbara si è modificato, seguendo i cambiamenti della mia presenza interiore suppongo. Oggi lo sono più di ieri? No, non credo. Oggi lo sono più consapevolmente di ieri, questo sì. E oggi ricordo ancora quella professoressa mezza matta che ha saputo con una sola occhiata capire che avevo bisogno di accogliere me stessa per scrivere meglio. Anzi, scrivere come nessun altro. Scrivere come Barbara.

Grazie Prof, ovunque tu sia, e buon onomastico a me.

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(406) Know-how

Tutto quello che sappiamo, o che pensiamo di sapere, fa di noi ciò che il mondo riceve. Se quello che dici di sapere lo sai davvero, offrendolo agli altri avrai la tua bella soddisfazione. Se al contrario dici di sapere e non sai, riceverai come feedback qualche ben assestato calcio in culo. Questo è quello che auguro a tutti, perché questa è quella che io definisco Giustizia.

Partendo da qui, cercherò di rendere più evidente la mia posizione. Ci sono state volte in cui mi sono talmente vergognata di non sapere quello che avrei dovuto sapere che sprofondare al centro della terra non sarebbe stato abbastanza. La presa di coscienza mi faceva correre ai ripari: studio, studio e ancora studio. Altre volte, cose che pensavo sinceramente di sapere si sono rivelate essere soltanto la punta dell’iceberg e la conseguenza diretta è stata quella di mettermi al lavoro per recuperare tutto quello che potevo recuperare sull’argomento e colmare il vuoto.

Dopo anni e anni e anni di batoste mi sono messa l’anima in pace: non so un tubo. Quello che so non basterebbe a riempire un secchio d’acqua, cosa che non può essere d’aiuto a nessuno, specialmente nel caso scoppiasse un incendio.

Questa consapevolezza mi ha liberata da un enorme cruccio: essere all’altezza. Partendo dal presupposto che mi manca sempre un pezzo di conoscenza per poter raggiungere la soglia di presenza minima per ritenermi adeguata, mi pongo nei confronti di tutto quello che non so come secchio da riempire. Nient’altro. Che poi io voglia offrire al mondo quel poco che so è soltanto un modo per tracciare ponti che mi permettano di comunicare, perché comunicare per me significa strada da percorrere a doppia direzione di marcia e quindi scambio e quindi crescita.

Ho avuto la fortuna di incontrare persone che davvero potevano farmi sentire piccola e insignificante, forti del proprio sapere, e non lo hanno fatto. Ho incontrato molte persone che mi hanno fatto sentire meno di niente, vendendomi aria fritta. Ho imparato a riconoscere l’odore dell’aria fritta e non ci casco più.

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(285) Beccare

Qua e là. Ho fatto così nella mia vita, ho trovato cibo neuronale (non troppo, mai troppo, scherziamo?) un po’ qua e un po’ là e finché mi nutriva ho continuato a beccare. Quando non ce n’era più, o non mi interessava più, cambiavo il qua e anche il là.

La Cultura (con C maiuscola) è altro, me ne rendo conto, ma nutrirsi di quel che c’è (anche augurandosi di meglio e quindi cercando di meglio) è stato il mio modo di crescere… se non in Cultura, in consapevolezza. Per quello che è il mondo, per come è il mondo, per quanto il mondo offre e toglie.

C’è ancora molto da beccare, per me, e non so se mi basterà una vita, ma sono sicura che finché terrò stretta questa filosofia avrò una possibilità di accrescere in consapevolezza. Della Cultura me ne occuperò nella prossima esistenza, mica posso fare tutto e tutto insieme!

 

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(137) Domande

Le domande migliori sono quelle che non pretendono risposta. Se arriva, la risposta, arriva come un perfezionamento del pensiero, per un pensiero sempre in divenire – chiaramente.

Ci sono domande che rimandi per pudore, altre per paura, altre per disinteresse. Credo sia normale procrastinare, specialmente se c’è il fastidio di dover affrontare ciò che volentieri eviteresti. Evitarlo per lungo tempo, però, ti potrebbe far finire in un imbuto dove non puoi che uscirne rovinosamente strizzato. Spesso non ne vale la pena.

Sono una che sbatte addosso alle domande senza sosta, ammetto non sia un gran bel modo di averci a che fare. Eppure ciò che mi arriva è sempre utile, sempre importante, se non altro a farmi avanzare senza demordere.

Smettere di considerare le domande come un avanzare della propria consapevolezza è pericoloso. Non bisognerebbe mai zittire una domanda. Sono sensibili le domande, potrebbero non ripresentarsi più.

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(23) Voce

Riconduce a te, svela al mondo chi sei. Nella voce ci sono le tue origini, i posti in cui hai vissuto, la gente con cui sei venuto in contatto. Ci sono movimenti fluidi o sgraziati di pensieri. Cadenze difficili da smantellare, toni difficili da confondere. Nella voce ci sono i tuoi colori.

Ho usato molto la mia voce, in modo sconsiderato per lo più. La usavo perché ce l’avevo e anche se non mi soffermavo sui dettagli (come veniva percepita, per esempio) la usavo perché volevo farmi ascoltare.

Bambina introversa, ragazzina con troppe cose da dire.

La voce va usata. Certo, va usata bene, va usata con criterio. Direi addirittura “con maestria”, sì. Non va bene lasciarla a riposo, non va bene far finta che non ci sia, non va bene buttarla fuori per offendere, ferire.

La nostra voce è la chiave per aprire le porte all’incontro o per crearci un nemico. È sensibile agli sbalzi di temperatura, è sensibile agli sbalzi d’umore, è sensibile agli sbalzi emotivi. Ci insegna a farci caso: freddo/caldo, giososo/incazzato, commosso/insofferente.

Se ami la voce ti si fa gentile. Se odi diventa tagliente.

Puoi darle forza riempiendoti i polmoni, puoi sollevarla piano con un soffio impercettibile. Lei può rassicurare tanto da far passare la paura. Lei può affermare la tua posizione per indurre al rispetto. Lei può far nascere un sorriso per rendere le parole meno dure.

Certo, può anche minacciare, mortificare, sobillare, inveire, ferire a morte. Sta a noi scegliere come usarla, ma puoi scegliere se ne sei consapevole. Pertanto, l’educazione alla voce credo sia una delle arti più importanti da coltivare.

La tua voce, se l’ascolti, accorcia le distanze tra te e l’immagine che hai di te. Ti rende più vero anche agli occhi di te stesso. Devi solo ascoltarti.

b__

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(2) Incontro

Incontro ogni giorno persone che portano con sé la propria vita con consapevolezza. Lo dico perché non è una cosa ovvia, si può vivere inconsapevoli incolpando il resto del mondo e essere devastati dal risentimento. Ci si sente derubati della felicità, in qualche modo, da tutto e tutti.

Più cresce la mia autoconsapevolezza e più gli incontri che faccio si allineano al mio stato, alla mia presenza. Non devo cercare, sono loro che mi trovano.

Accolgo questa realtà con gratitudine e ne sorrido.

b__

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