(276) Colpi

Si danno e si prendono, dicono. Credo sia così. Quando li prendi te ne accorgi subito, quando li dai potresti non esserne proprio consapevole e chiedere scusa diventa difficile se uno non te lo fa notare. Se te lo fa notare,  quel qualcuno a te ci tiene. Pensa che valga la pena affrontare il nodo che si è formato per scioglierlo, in un modo o nell’altro. Se non lo fa, allora reputa che tu non valga il suo tempo, la sua energia. Questo è il colpo finale. Quello che resta. Può far male anche dopo millenni, s’imprime dentro di te e lì continua a bruciare.

Un colpo che tiri, nove volte su dieci, ti torna indietro. Su la guardia, quindi.

Vivere senza prenderne e senza tirarne, di colpi intendo, non sembra sia possibile. Mi hanno detto che non lo è. Io ci credo.

I colpi ti mettono davanti a due possibilità: o soccombi o reagisci. E qui ti si svela l’essenza del tuo esserci. Reagire sempre? Soccombere sempre? Impegnativo. Troppo per me, lo ammetto. A volte soccombo, mi ci vuole un po’ di tempo per capirne l’origine e quantificare il danno che mi ha causato, quindi soccombo. Mi accascio e stringo i denti. La reazione che segue non è mai di vendetta, lascio andare e passo oltre. Quando reagisco, invece, diventa tutto più veloce, tutto più duro, tutto più faticoso. Sento il mio dolore e anche quello di chi riceve il mio colpo, non lo so perché ma hanno la stessa portata, la stessa intensità.

Preferisco non reagire ai colpi sferrando colpi, ma se lo faccio è perché non vedo altra scelta. Ci sono opzioni alternative, ma io non le vedo. Succede quando sento l’inutilità di affrontare snervanti confronti che non porterebbero a nulla. Sempre dal mio punto di vista, che è sempre e solo il mio punto di vista.

Le nocche bruciano, le mani stridono. E si passa oltre. Chissà come, chissà perché. Appena lo capisco scriverò una storia.

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(258) Orgoglio

Consegnare a qualcuno la propria fragilità è un suicidio. Questa è una delle lezioni che ho dovuto imparare e credo che questa lezione sia arrivata a me per un motivo ben preciso: fare i conti con il mio orgoglio.

Non è una battaglia che vincerò, d’altro canto a fare i conti io sono proprio negata. Eppure la vita si ostina a mandarmi in loop situazioni in cui io e il mio orgoglio ci mettiamo uno di fronte all’altra a vedere chi di noi due la spunta. Lui è forte, forte perché le sue ragioni non sono da poco. Le sue ragioni si fondano su terra antica, terra di sacrificio, di lavoro, di testardo mai-mollare. Le sue ragioni mi hanno permesso di arrivare fino a qui e non era scontato, anzi tutt’altro.

Mi dicono che c’è un punto, però, in cui lui si dovrebbe fare da parte. Io con la testa ci posso anche arrivare, può essere una tattica con delle reali potenzialità, ma lo stomaco è conquista sua e me lo fa urlare talmente tanto che ha sempre lui la meglio.

Non sono una che gioca di tattiche, imboscate, controtempi e chissà che altro. Affronto a viso aperto e occhi dritti negli occhi ciò che devo affrontare e vada come vada. Ammetto che va spesso male, ma l’ho sempre saputo che i vincitori sono altri e non me ne sono mai fatta una malattia.

E sono ancora qui a ringraziare il mio orgoglio che mi fa stare in piedi nonostante i colpi non smettano di arrivare. Sì, fa male, ma le radici non le puoi bruciare solo perché non sono comode. Anche questo ho imparato e questo sono costretta a ricordare. Senza mai smettere.

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