(282) Visuale

I’m sittin’ on the dock of the bay/watching the tide roll away…

Sedersi lì, senza pensare a niente e magari pensare un po’ a tutto. Sedersi lì, come se non avessi nient’altro da fare, anche quando le cose da fare ti saltano addosso. Sedersi lì e fare in modo che quello stare lì sia l’unica cosa importante. Ecco, io lo so fare. Spesso me lo dimentico, ma lo so fare.

Quando sai fare una cosa, anche se te la dimentichi, basta poco e la riprendi in mano senza alcun problema. Ci sono molte cose che so fare e che ho messo da parte – chissà perché – e che nel momento opportuno so usare per risolvere le cose. Soprattutto a livello emotivo perché il nostro sistema emotivo ricorda tutto, anche se fa finta di no per permetterci di sopravvivere.

Quindi, sei seduto lì e guardi le cose come se non fossero altro da te, anzi, come se le conoscessi tutte e le conoscessi bene, perché tu sei come loro, tu sei loro. Bene, arrivati a questo stato d’animo – che definirei illuminato – puoi capire molte cose della tua esistenza. Certe le capisci bene, altre meno, ma intanto qualcosa capisci. L’importante sarebbe non prendere quelle cose che stai capendo per verità finale. È soltanto un pezzettino di visuale, se le lasci modo di mostrarsi a te coi tempi giusti non rischi di fraintendere.

Ecco, questa è una cosa che bisognerebbe insegnare a chi non lo sa fare, solo che chi lo sa fare non ha idea del come fa e se fa giusto, quindi è un bel macello. Certe cose importanti sono praticamente impossibili da insegnare, credo.

Vabbé, oggi la visuale da qui non è affatto male, sto capendo poco, ma mi godo il paesaggio.

 

 

 

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(276) Colpi

Si danno e si prendono, dicono. Credo sia così. Quando li prendi te ne accorgi subito, quando li dai potresti non esserne proprio consapevole e chiedere scusa diventa difficile se uno non te lo fa notare. Se te lo fa notare,  quel qualcuno a te ci tiene. Pensa che valga la pena affrontare il nodo che si è formato per scioglierlo, in un modo o nell’altro. Se non lo fa, allora reputa che tu non valga il suo tempo, la sua energia. Questo è il colpo finale. Quello che resta. Può far male anche dopo millenni, s’imprime dentro di te e lì continua a bruciare.

Un colpo che tiri, nove volte su dieci, ti torna indietro. Su la guardia, quindi.

Vivere senza prenderne e senza tirarne, di colpi intendo, non sembra sia possibile. Mi hanno detto che non lo è. Io ci credo.

I colpi ti mettono davanti a due possibilità: o soccombi o reagisci. E qui ti si svela l’essenza del tuo esserci. Reagire sempre? Soccombere sempre? Impegnativo. Troppo per me, lo ammetto. A volte soccombo, mi ci vuole un po’ di tempo per capirne l’origine e quantificare il danno che mi ha causato, quindi soccombo. Mi accascio e stringo i denti. La reazione che segue non è mai di vendetta, lascio andare e passo oltre. Quando reagisco, invece, diventa tutto più veloce, tutto più duro, tutto più faticoso. Sento il mio dolore e anche quello di chi riceve il mio colpo, non lo so perché ma hanno la stessa portata, la stessa intensità.

Preferisco non reagire ai colpi sferrando colpi, ma se lo faccio è perché non vedo altra scelta. Ci sono opzioni alternative, ma io non le vedo. Succede quando sento l’inutilità di affrontare snervanti confronti che non porterebbero a nulla. Sempre dal mio punto di vista, che è sempre e solo il mio punto di vista.

Le nocche bruciano, le mani stridono. E si passa oltre. Chissà come, chissà perché. Appena lo capisco scriverò una storia.

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(261) Osservatorio

Dal mio osservatorio spesso sono evidenti le stelle, meno la Luna. La Luna è grande e forse le sono troppo vicina, spesso, per accorgermi che c’è. Il mio dito non è solito puntare il cielo, il mio dito non ferma alcun istante o rischia di rimanerci appiccicato. Lui sa che non si fa.

Eppure la Luna mi chiama e quando non posso proprio ignorarla devo affrontarla con prontezza per non esserne schiacciata. Quando l’affronto so che perderò, che lei mi farà capire esattamente l’inutilità di ciò che mi propongo di fare, ma che si aspetta anche che, di tanto in tanto, io mi metta in gioco e la affronti. Credo sia il giusto fluire delle cose che vuole che io capisca, credo anche che non finirò mai di arrabbiarmi per come fluiscono le cose.

La Luna non sta lì per sfidarmi stupidamente, sta lì affinché io accolga quelle cose che sono talmente grandi che non riesco a tenerle dentro gli occhi e per evitare che gli occhi mi scoppino le lascio andare.

Non me ne fa una colpa, ma so che da me vorrebbe qualcosa di più. Non riesco a capire che cosa di preciso, ma dal mio osservatorio cerco di non farmi sfuggire nulla. Prima o poi scoprirò cosa vuole la Luna da me. E gliela darò.

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(216) Saetta

Essere colti da folgorazione, una volta ogni tanto, è cosa da tutti. Ci capita e spesso non le diamo troppo peso, ma il suo bel peso ce l’ha. Se la saetta che ti ha colpito bene in fronte ce l’ha con te è perché hai bisogno di darti una svegliata.

Tu, non qualcun altro, proprio tu. E se fai finta di niente, magari la prossima volta la saetta ti sconquassa per bene così magari te ne accorgi meglio.

Rispetto molto l’impegno che la saetta si è presa in carico quando il buon Dio ha distribuito le mansioni ai diversi elementi. Lei avrebbe potuto ambire a ben altro e invece si è messa a disposizione del genere umano. Non solo: non al genere umano perspicace e agile, no, bensì a quella parte del genere umano che è fondamentalmente gnucco. De coccio, dicono a Roma.

Lei è precisa, è efficace, sa rendersi indimenticabile. Vorrei essere come lei, davvero.

Quando hai chiara la situazione, quando ti vedi così come sei e vedi quello che stai facendo senza poterti nascondere dietro scuse e disimpegni vari, quando capisci cosa manca o cosa è troppo, quando ti rendi conto che non dovresti essere lì o che ci dovresti essere ma non ci sei. Tutte saette.

Santa Saetta, ora pro nobis. Lei è la nostra arma segreta, basta farci caso e lei la giusta direzione ce la mostra senza mezzi termini. Lei sa. Dovremmo farcene una ragione e lasciarla lavorare in pace. La nostra esistenza ne trarrebbe grande giovamento, ne sono certa.

 

 

 

 

 

 

 

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(212) Dettaglio

Ecco, fa la differenza. Guardare il mondo nel dettaglio, intendo. Che non significa notare tutti i dettagli del mondo, diventeremmo pazzi (se non lo siamo già), ma significa focalizzare l’attenzione su un dettaglio del mondo per aprirlo – come un fiore si apre al sole – e rimirarselo in profondità. Questo fa la differenza.

Come quando decidi di mettere a fuoco un sentimento e stai lì a scavare per venirne a capo. Capire può darci sollievo. Può.

Mi intigno molto sui dettagli, uno per volta – altrimenti non vale – e me li giro e rigiro nella testa, proprio tra gli occhi e il naso e poi la gola e tra le orecchie, tanto da sentirlo viaggiare come la pallina di un flipper. Dling e dlong e dopo un po’ sei rintronato. Allora fermi la pallina e fermi il rumore e il fastidio e lo stordimento.

Ci dormi su.

E quando dopo un po’ – o anche dopo un bel po’ (non sono mai troppo veloce nelle mie riflessioni) – la riprendi in mano quella pallina la vedi nel suo intero. Lì il silenzio si espande. Lì capisci. Capire è la conquista. Tutto il resto è noia o mal di testa.

Il dettaglio fa la differenza, ripeto.

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(107) Soglia

Resta sulla soglia chi non vuole vedere. Resta sulla soglia chi non vuole capire. Resta sulla soglia chi non vuole sentire. Resta sulla soglia chi ha paura.

Oltre la soglia c’è il rischio di vedere cose che potresti non voler vedere, capire cose che vorresti non dover capire, sentire cose che vorresti evitare di sentire. Preferisci avere paura. Una cosa che conosci ti mette meno in crisi, è più rassicurante.

Varcare quella soglia ti fa comunque cadere nel vuoto e se non ami il vuoto chi te lo fa fare? Varcare quella soglia ti potrebbe far cambiare per sempre, se non ami i cambiamenti non ci pensare nemmeno.

Eppure, oltre la soglia c’è un nuovo te che ti aspetta. Quello coraggioso dei due, non farlo aspettare troppo a lungo potrebbe stancarsi e smettere di credere che ce la puoi fare.

Io, penso, di avercela fatta. Solo perché ho creduto che la me più coraggiosa era quella che valeva di più delle due. Meno male che mi sono fidata di lei.

Meno male.

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(1) Silenzio

Preferisco il silenzio. Non lo pratico abbastanza, ma dovrei. Funziono meglio quando sto in silenzio, quando non ho l’illusione di essere capita. Lasciamo stare l’essere compresa, quella è faccenda utopica, ma l’essere capita quando uso le parole è cosa che do (spesso e stupidamente) per scontato.

Tempo fa mi arrabbiavo (ma sono tutti stupidi!), poi ho creduto di capire (ma sono io la stupida!) e ora raccolgo tutto nel silenzio, in sospensione di giudizio. Rimane il dato di fatto: l’incomunicabilità non riguarda il resto del mondo. Riguarda me, riguarda tutti.

Ora do per scontato che le parole abbiano più vite contemporanee, più livelli d’esistenza, più facce e diverse intensità. Se guardo la cosa da questo punto di vista, sorrido.

Quante possibilità mi si aprono davanti. Quante!

b__

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