(500) Cinquecento

I numeri mi hanno sempre spaventata. Non quando sono da soli (0-1-2-3-4-5-6-7-8-9), ma quando stanno in compagnia sì (10-11-12-13… ) perché mi sembrano più forti, più forti di me. Non parliamo di quando si mettono a fare gli splendidi e si moltiplicano, si dividono, si aggiungono e si tolgono… come faccio a star loro dietro? Come? Io sono solo 1.

Eppure ho sempre contato tanto, fino a un fantastiliardo anche. Contato sommando i numeri delle targe delle auto, così mi allenavo mentre viaggiavo con i miei genitori. Contato i giorni che mancavano al mio prossimo compleanno, perché mi immaginavo sempre che il mio prossimo compleanno sarebbe stato splendido, indimenticabile. Contato le ore di lavoro per moltiplicarle per il compenso orario, cercando di non farmi fregare da chi teneva ben poco conto del mio sudore. Contato i minuti prima di rispondere con un vaffanculo, quando proprio non ne potevo più e mi preparavo ad andare via. Contato le mie sconfitte, per non scordarmele me le ripassavo per bene promettendomi che non sarei mai più passata da lì. Le vittorie contate sono misere e poco importanti, conto anche quelle per par condicio.

Ho contato gli amici che si sono allontanati, forse per convincermi che non mi stanno mancando. Ho contato gli amori che ho attraversato, forse per trattenerli ancora un po’ e far asciugare la sofferenza dell’addio. Ho contato gli anni volati via, e non so come ma so il perché, e mentre contavo li scrivevo per trovare quei come e convincermi dei perché.

Forse è per questo che mi fanno paura i numeri, non li posso controllare ma loro mi determinano senza offrirmi una via di fuga. Forse dovrei parlarci e chiedere un po’ di clemenza, non tanto perché io me la meriti davvero, soltanto perché mi sono arresa e non li combatto più. Ho capito, ho davvero capito.

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(457) Gravità

Temo sia un sintomo di invecchiamento, la gravità ti piomba sul coppino e da lì non si muove. So dire con precisione quando mi è successo e la cosa non è che alleggerisca in qualche modo il carico. Quindi non serve capire il quando, non serve capire il come, non serve capire il perché… servirebbe, invece, capire come fare a togliersela di dosso e questo diventerà il mio obiettivo per il prossimo anno.

Mi rifiuto di pensare che sarà così per sempre (il per sempre che mi rimane, ovviamente) perché sarebbe come ammettere che non ci sarà respiro leggero per i miei prossimi decenni. Sarebbe una cattiveria imperdonabile da parte della vita, come sparare sulla Croce Rossa. Sono già un caso umano patetico, a che serve infierire?

Dopo questo sfogo intriso di autocommiserazione con utilità pari a zero, posso riprendere il discorso imponendomi un certo decoro: sì, la gravità farà anche parte di me – ammesso e non concesso che non me ne potrò più sbarazzare – eppure non è detto che si debba prendere la gran parte di me. Voglio dire: sarò ben capace di non farle gestire la mia vita nonostante lo sconforto che mi porto appresso!

Questa forza che ci spinge a terra, per non farci prendere il volo, ci permette di fare molte cose. Noi ci sforziamo di oltrepassare i limiti che ci impone, c’è chi ci riesce davvero spingendosi oltre e ottenendo un brandello di immortalità, ma la sfida vera è di guardarla come opportunità e non come limite. Dalla gravità succhiare via la leggerezza e ingoiarla come fosse elio che ci fa papereggiare ridicolmente e piano piano riprendere consistenza e ritornare a essere densi, dentro un corpo che ci contiene e ci garantisce la vita, poggiando i piedi al suolo che è lì che raccogliamo le forze e possiamo tentare di abbracciarci l’un l’altro senza scivolare via.

Se partissi da qui, forse, riuscirei a riconsiderare anche la mia me gravosa… va bene, mi sono convinta, riparto da qui: papereggerò!

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(407) Valenza

Che valenza dai al tuo tempo? Lo decidi tu, decidi tu quanto conta e in che misura sei disposto a sprecarne. Non dare la colpa agli altri se a fine giornata scopri di non aver combinato niente, sai benissimo che nessuno dà valore a ciò che viene presentato come gratuito.

Direi questo a ogni adolescente sulla faccia della terra per prepararli a quel che sarà. Perché il tempo scivola via come niente e non c’è nessuno che ne possa aver cura per noi. Ognuno badi al suo!

Quando penso al tempo sprecato nei miei anni verdi mi vien voglia di prendermi a pugni. Generosa fino al ridicolo con il mio tempo, distribuito a tutti, ad ogni ora del giorno e della notte, come se dire no fosse una colpa. La cosa che mi sconvolge, però, è che non l’ho capita da molto ‘sta cosa e ancora dire no la sento come una colpa. Vorrei ci fosse un responsabile diverso da me per questo lavaggio del cervello subito. Non lo trovo, non c’è. Sono stata io a pensare che ero lì per quello, per dare attenzione, energia e tempo a chi me lo chiedeva. Semplice e chiaro. E sbagliato.

Decidere la valenza da attribuire alle cose e alle persone è diventata la priorità. Quindi appurerò nei prossimi mesi se ho imparato a fare i conti o se il tempo sprecato non mi ha insegnato proprio niente. Eh.

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(223) Compleanno

Festeggiare il mio compleanno è sempre stata una faccenda non ovvia. Anni in cui l’ho voluto fare altri in cui ho fatto finta di niente. Sono una donna volubile, a quanto pare.

Se devo approfondire la questione posso affermare che ci sono età che mi sembravano inutili, soltanto un passaggio in attesa di arrivare a QUELL’età che tanto anelavo. Ma erano molti anni fa, ormai non anelo a raggiungere nessuna età, mi affido a ciò che sarà e che il Cielo mi aiuti.

La festa dei diciotto anni è stata strepitosa, ero felice. I trenta non sono stati malaccio, poi il disfacimento. Oggi è stato strano: ho ricevuto tanti auguri affettuosi e questo ha addolcito il peso di un 4 e un 5 che, uno accanto all’altro, mi fanno un po’ impressione. Però la somma dà 9.

Adoro il numero 9.

Su, godiamoci questi 365 giorni che i prossimi non saranno così epocali. Eh.

… to Me!

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(128) Nuvole

Avere sempre la testa tra le nuvole sembra essere la mia prerogativa. L’ho dedotto dal fatto che l’89% delle persone che mi conoscono da tanti anni hanno quest’idea di me: vago senza concludere granché.

Se poi dovessi, per caso, tirare fuori dal cassetto il lavoro di questi miei anni, oppure attaccarmi al web per mostrare loro le briciole di pane che ho lasciato sulla strada percorsa, sicuramente verrebbero presi da stupore letale.

Prima o poi lo farò, anni e anni e anni per cucinarmi ‘sto piatto di soddisfazione: vendeeeeeeeeeeeeetta vendeeeeeeeeeeeeeeeeeetta vendeeeeeeeeeeetta!

Ritorno seria (o quasi): il fatto che io sia una a cui le idee non mancano, fa supporre che io non possa essere in grado di renderle concrete… sono troppe. Non è così, ho idee in abbondanza, scarto quelle irrealizzabili o irrimediabilmente stupide e mi concentro su ciò che che resta. Credo di averlo già scritto proprio qui sul diario. Tant’è che ‘st’aurea di vaghezza che mi porto appresso mi rende quel tipo di persona che non concluderà mai niente di buono nella vita (a detta di molti).

In effetti, la mia vita non è segnata da tappe da ritenersi socialmente valide (marito, figli e via di questo passo), ma da cose buone che non vogliono essere catalogate semplicemente perché non ne hanno bisogno.

La mia testa viaggia tra una nuvola e l’altra, può darsi, ma la mia realtà è bella densa e non serve che qualcuno se ne accorga, basta che io lo sappia, così da non farmi convincere da nessuno che non combinerò mai niente di buono nella vita.

La mia vita è già piena di buono così com’è, anche se dovesse finire proprio ora.

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