(499) Ciglia

Un battito di ciglia e tutto può cambiare. Un battito di ciglia e niente cambia mai.

Passo da un estremo all’altro, da una condizione all’altra, mille volte al giorno eppure… eppure più le guardo e più queste due frasi mi sembrano perfette. Non so come sia possibile, ma lo sono.

Quando provi stupore cosa fai? Sbatti le ciglia. Semplice. Se non le sbatti da un sacco di tempo, inizia a preoccuparti, t’è passato lo stupore. Fidati, è l’inizio della fine, ti si sta raggelando l’Anima, entro breve morirai assiderato. Succederà. Corri al riparo, inventati qualcosa, datti le martellate sulle nocche a tradimento, non importa quanto e cosa dovrai fare ma ripristina un livello minimo di sopravvivenza dello stupore o non avrai speranze.

Se dovessi contare tutti gli stupori che mi fanno sbattere le ciglia ogni giorno finirei con il perdermi tra i numeri. Oggi, per esempio, una cinquantina a dire poco e farne una lista mi diventa impossibile perché le cose di cui mi stupisco possono essere anche piccolissime. Ma piccolissime proprio.

Certe sono grevi, altre leggerissime. Ci sono quelle che mi fanno sorridere e quelle che mi fanno incazzare. Alcune mi commuovono, altre mi fanno scuotere la testa e sputare un sospiro a terra – di quelli che se li becchi di rimbalzo raggiungi Marte prima di Elon Musk. E anche se non li ricordo tutti, tutti si sono integrati perfettamente con la parte più viva della mia mente e quando meno me l’aspetto ritorneranno a galla e sarò costretta a riviverli, a ripensarli, a ri-immaginarli, a riscriverli magari meglio, magari anche diversi… chi lo sa?

Ci sono giorni in cui uno o due di loro si fanno sentire di più. Mi si stampano subito nel terzo occhio e so che da lì non se ne andranno, per sempre. Che roba strana lo stupore…

Insomma, sono qui per questo, sono qui per tenere traccia dei miei stupori, dei miei sbattere di ciglia. Che gioia, che privilegio! Chissà se dovessi scriverli che cosa mi racconterebbero dopo anni di dimenticanza. Chissà se manterrebbero la stessa intensità, la stessa vibrazione.

Va bene, proviamo. Lo stupore più bello di oggi? Sì, ce l’ho. Chiedo a una bimba di tre anni che mi sorride quale sia il suo nome e lei mi risponde: Biancaneve.

Sbam.

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(307) Note

Le note si scrivono. Le note si suonano. Le note si intonano, come un bel maglione con il colore dei tuoi occhi. 

Quando ti impedisci di suonarle, le tue note, non la prende bene il tuo corpo e neppure la tua anima. Si crea un fraintendimento doloroso, come se il messaggio fosse sporco di un sottotesto crudele: “Non ti ascolto, non ti presto attenzione, non ti reputo importante per fermarmi un po’ con te e ascoltarti”.

Una dichiarazione di guerra, sembra, vero?

Ci sono stati giorni, lunghi anni e forse un decennio, in cui avevo smesso di notare le note, quelle che mi cadevano dalle mani, quelle che spandevo attorno a me come se le scorte non dovessero finire mai. Poi mi sono spaventata, quando anche a cercarle non riuscivo a farle risuonare dentro di me, sparite. Un corpo vuoto, senza eco, un’anima vuota senza riverbero vitale. Mi sono spaventata.

Mi auguravo che non fosse una condizione irreversibile, ho lottato affinché non lo fosse. Ora ho la sicurezza che non lo era. Ho note, nel corpo e nell’anima. E mi sto annotando tutto, tutto per bene per non dimenticarmelo la prossima volta che la realtà mi frusterà, la prossima volta che sarò schiacciata al suolo.

Note note note note note… è una questione di musica e non ce n’è per nessuno.

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(208) Immobile

Puoi darti un gran daffare, puoi avere una vita sociale vivace e essere un master del multitasking, ma se ti imponi l’immobilità dell’anima sei finito.

In un certo qual modo, l’anima che si muove ti provoca controindicazioni fastidiose, ma imbalsamarla non puoi – per quanto tu faccia – e lei appena appena riesce a ripigliarsi si vendica.

Immobile non ci so stare. Non a lungo, almeno.

Certo che non è facile starmi accanto, comporta un certo impegno, ma immobile non ci sto soltanto per non restare sola. Che gioco idiota sarebbe?

Non fa parte di me l’immobilità d’anima. E non mi dispiace.

Quella, però, del corpo è curiosa: se mi viene imposta, trovo il modo di bypassarla, se me la vado a cercare mi riesce benissimo. A meno che non mi trovi in situazioni di meditazione di gruppo, ma di quello mi sembra di aver già parlato.

Ad ogni modo, cosa succede quando tu non ti muovi fisicamente? Scopri che è tutto il resto che si muove. Osservare questo movimento può risultare illuminante. Ogni tanto lo faccio, resto lì immobile di corpo e in piena forsennata mobilità d’anima e il contrasto è curioso. Il corpo perde il suo peso e potresti essere un’aquila in quel momento. Potresti, davvero.

Immobile lo si può essere in molti modi, il migliore è quello che ti tieni per te, probabilmente, quindi ora dovrò cercarmi un nuovo modo per applicare l’immobilità, questo me lo sono bruciato.

Eh.

 

 

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(138) Imparare

Non c’è niente da fare: i migliori periodi della mia vita sono tutti legati al mio imparare. Si muove il cervello, sei in perenne stato di allerta, recepisci velocemente e velocemente cerchi di processare il tutto per non cadere in errrore.

Se fossi stata motivata in questo modo a scuola sarei diventata una super studentessa. E sarei ora, molto probabilmente, una persona migliore. Ho perso troppo tempo ignorando la potenza del saper imparare.

In questi giorni entro in classe, guardo quei ragazzi che potrebbero essere me a quell’età e provo una pena infinita per il tempo che stanno consumando in un luogo che sentono ostile, un ambiente che non li sa motivare come avrebbero bisogno.

Imparare è la salvezza per ogni anima affamata. Perché non glielo diciamo a questi ragazzi?

Ok, domani glielo dico.

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(33) Sacro

sacro [lat. sacer -cra -crum]. – ■ agg. 1. a. (relig., etnol.) [che riguarda la divinità, la sua religione e i suoi misteri: luogo s.; i s. arredi2. [reso sacro o dedicato a una divinità, con la prep. a3. (estens.) [degno di alta venerazione o del massimo rispetto: l’ospite è s.; il s. nome della libertà] ≈ intangibile, inviolabile, sacrosanto, santo, venerabile, (lett.) venerando.

Tengo buona la terza: l’estensione. Già definirla estensione mi piace, poi quel “degno di massimo rispetto” centra il bersaglio perfettamente.

Ci sono poche cose inviolabili, sacrosante, nella vita. La prima è la vita stessa. Potrei concluderla qui, dentro la vita c’è già tutto. Sembra non sia sufficiente per nessuno, però.

Diventano sacre le proprietà, non più i proprietari. I proprietari difendono le sacre proprietà violando la sacralità della propria vita. Questo mi sconvolge.

Sono disposto a dare la vita per la mia casa, la mia terra. Sono disposto a sacrificare la sacralità della mia vita per delle cose che considero mie. La mia terra mi contiene, ma non è prigione. La mia casa mi contiene, ma non è tomba. Posso muovermi, posso trovare un’altra terra e costruirmi una nuova casa. Non è la terra e la casa che ti chiede di sacrificare a loro la tua vita.

Facciamo un passo di lato, allora. Guardiamo al nostro sacrificarci: se tutta la tua vita la trascorri lavorando per costruirti una casa, se tutta la tua vita la impegni nel tuo pezzo di terra e non consideri nient’altro, l’enorme sacrificio vale la tua stessa vita. Nessuno e niente dovrebbe mai toglierti ciò che è tuo. Mai.

Mi sto domandando spesso cos’è sacro per me. Ritorno sempre alle persone, non alle cose. Amo tutte le cose che ho, le amo profondamente e cerco di curarle più che posso. Ogni volta che ho perso o mi è stata rubata una delle cose che amavo di più ho sofferto e ci penso ancora… ma.

Mai mai mai come penso alle persone che ho perso. Sono loro che mi fanno sentire l’unicità della perdita. Lì, il dolore non passa.

Sacro è tutto quello che sostiene la tua Anima. Se dai questo potere a troppe cose, indebolisci la tua anima.

Dare Amore alle persone non è mai perdere, anche quando pensi di averlo buttato perché queste persone se ne sono andate. La tua Anima si è nutrita di quell’Amore che hai saputo dare e per questo ha resistito nonostante la perdita.

Sacro è l’Amore.

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(20) Distacco

Staccarsi da qualcosa o da qualcuno. Fosse una gara partirei in vantaggio. Non è una gara, devo pertanto prendere la cosa da un’altra angolazione.

Con me, la questione del distacco gioca in modo bastardo. Sono coinvolta al 100% in quasi il 100% delle cose che mi riguardano, ma non da perdermici. Poi guardo un film che parla di un alieno che vuole tornare a casa e piango.

Mi trovo totalmente assurda. Il distacco dalle miserie umane è il mio modo per non soccombere, molto probabilmente, alla mia dannata emotività. Penso che quando mi si guarda in faccia si capisca immediatamente quello che provo, invece scopro che sono un libro aperto ma scritto in braille (citando pari pari un amico fraterno che sa vedermi bene).

A parte quando mi parte l’embolo e mi arrabbio, allora è palese che il mio silenzio sia dovuto a furore e non a remissività.

Aggiungo che mi arrabbio poco, troppo poco, e non mi vendico. Mai. E’ un peccato lo so, mi divertirei di più se lo facessi, ma non ho tempo e davvero ho poca voglia. Lasciamo perdere.

Ritornando al distacco è una cosa che mi mette in crisi, lo stare fuori e dentro in contemporanea alle situazioni mi stordisce. Provo quello che provo o me lo sto immaginando? Mi importa veramente o me la sono soltanto raccontata? Sono diventata una cinica insensibile o mi sono fatta un po’ più accorta imparando a non lasciarci l’anima ogni volta che le cose vanno male?

Non lo so. Sinceramente non lo so. So che preferisco piangere quando nessuno mi vede, e piango poco perché penso che le cose per cui valga davvero la pena piangere non siano tante. So che se sto male me ne resto al riparo finché non va meglio. So che m’importa, m’importa molto di quello che vedo e quello che vivo e anche di quello che vivono gli altri, ma che a un certo punto mi stacco, mi proietto altrove. Sempre quando diventa tutto troppo.

Distaccarmi mi aiuta a non vivere ogni istante come se fosse una tragedia. Quando non ci riesco, me ne accorgo. Mi fermo e mi impongo di farmi un bel sonno perché di tragedie a questo mondo ce ne sono abbastanza senza bisogno di caricarci anche le mie. Distaccarmi mi aiuta a vivere, ma mi spaventa un po’. E se non riuscissi più a ritornare indietro?

L’anima anestetizzata non te la perdona, ti ridà tutto con gli interessi. E son dolori.

b__

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