“Una viva sensazione suscitata da qualcosa” è la traduzione da dizionario Treccani di emozione. Piuttosto riduttivo, ma un dizionario fa quel che può, non ci si può aspettare di trovarci Anima, però ordine e pulizia di concetti sì. Questo sì.

 

Entriamo dunque in argomento focalizzandoci sul “mettere in movimento”. Dentro di noi si muove qualcosa, qualcosa che sta facendo rumore, qualcosa che non possiamo controllare, qualcosa che cresce e poi esplode. Te ne accorgi che c’è quando è già troppo tardi, ti travolge. Ecco, quella è l’emozione. Ne abbiamo abusato talmente tanto, utilizzandola ogni volta che ci mancava il modo per mettere in movimento il sentire del nostro interlocutore (per indolenza, per ignoranza, per arroganza), che ormai la poveretta si è ridotta a contenitore vuoto. Il troppo ha annullato il giusto. Più niente. Tu pensi che ti leverà dagli impicci e che farà sciogliere la situazione a tuo favore e scopri che scorre via impunemente senza lasciare traccia. L’abbiamo prosciugata. Maledetti noi.

 

La lista delle parole che abbiamo devastato con l’uso scellerato, nel nostro mestiere di imbonitori, è piuttosto lunga. Meritiamo l’inferno.

 

Quindi, ora, siamo in difficoltà perché costretti a suscitare l’emozione che ci proponiamo come meta senza nominarla neppure. Dobbiamo girarci al largo, dobbiamo coglierla di sorpresa e scoprire nella sua stessa reazione cosa di lei possiamo utilizzare per raggiungere il nostro scopo. Lei è più furba di noi, ora ha il coltello dalla parte del manico e lo sta usando per farci a fettine. Ben ci sta. Brava lei. E noi annaspiamo. Pensiamo di fare i furbi utilizzando slogan che sanno di muffa e di farla franca. Il campo di battaglia – manco a dirlo – è lastricato di cadaveri. Chi sopravvive è davvero il migliore, non il più furbo (come magari era d’uso un tempo), perché il pubblico ora è più sgamato. Più di quello che siamo disposti ad accettare. 

 

Se prendiamo atto che tra genoma e connettoma stiamo in piedi con equilibrio alterno e – a volte – alterato, la sfida è piuttosto motivante. Siamo costretti a crearci percorsi strettamente personali che sappiano poggiarsi a terra (per radicarsi) e sollevarsi quel tanto o quel poco necessario per toccare chi riceve il messaggio. Toccare significa proprio toccare. Quando tocchi qualcosa ne senti la consistenza, quando tocchi qualcuno senti la sua vibrazione. Toccare con le mani è sentire senza filtri, in presa diretta. Toccare è sporcarsi le mani quanto lo è scrivere (come Flannery O’Connor insegna). Il toccare con le parole non può che passare attraverso il significato, che è materia e quindi consistenza. Il mattone che ti arriva in testa e ti fa esclamare “ahia!” è concreto anche quando ti arriva travestito da insulto. L'”ahia!” che esclami è lo stesso, deriva dal dolore. Il dolore è un’emozione. Ssssssssssssssh, non serve dirlo, basta sentirlo. No?

 

Detto questo vorrei soffermarmi su un dettaglio, quello sul quale si regge tutto: siamo – in quanto Esseri Umani – contenitori di significati perché siamo composti da parole che ci definiscono e ci aiutano a tracciare i confini di noi stessi. Per noi e per gli altri. Nutrendoci quotidianamente di ulteriori significati, quelli che scegliamo e quelli che ci vengono imposti dall’ambiente in cui viviamo, siamo portatori – più o meno sani, più o meno malati – di sostanza anche nostro malgrado. Ogni professionista porta con sé il risultato di quello che lo muove dentro, il come lo fa arrivare agli altri è frutto di scelte consapevoli e inconsapevoli. Dalla sua capacità di gestirsi ne derivano onori e glorie o piccoli ed epocali fallimenti. In questo non c’è competizione, siamo davvero tutti uguali e al contempo tutti diversi.

 

Voglio concludere con un consiglio che sono solita dare ai bambini durante i corsi di scrittura creativa dove insieme scriviamo storie: “Possiamo essere ispirati da quello che vediamo e sentiamo, ma non si copia. Dobbiamo creare cercando di fare altrettanto bene, magari anche meglio, di chi ha già fatto prima di noi”.

I bambini capiscono al volo e non se lo dimenticano più. E se funziona con i bambini…